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Antonio Di Pietro e la morte di Raul Gardini: “Nessun giallo, si è ucciso. E io avrei potuto evitarlo”

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03.03.2026

La copertina del saggio di Antonio Di Pietro

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E che dire del suicidio di Raul Gardini? È stato un imprenditore italiano di primo livello (nel bene e nel male). Di lui potrei raccontare tante cose e certamente prima o poi lo farò, perché anche la mia storia professionale, in ultima analisi, si è molto intrecciata con la sua per ragioni processuali. Mi limito in questa sede a quel maledetto 23 luglio 1993, quando – pochi minuti prima di essere da me interrogato al Palazzo di Giustizia di Milano – decise di togliersi la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia nella sua casa milanese di piazza Belgioioso.

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Ribadisco in modo netto ai “signori investigatori da salotto”: smettetela di fantasticare che Gardini potrebbe essere stato ucciso da un’ignota mano assassina o che la sua morte sarebbe stata ordinata da chissà quale potere occulto. Io c’ero e ho visto come sono andate le cose: Gardini si è tolto la vita per una sua precisa e lucida scelta, e il motivo non è uno solo, ma una serie di questioni che lui sapeva sarebbero venute alla luce e a causa delle quali si sarebbe trovato in un girone infernale al quale sarebbe stato difficilissimo sfuggire. Ha deciso, quindi, di fare come aveva sempre fatto fino ad allora: volare nel vento a vele spiegate. So molto, al riguardo, e ho anche tentato di spiegarlo nelle sedi competenti, ma i dietrologi continuano a fare orecchi da mercante, tanto che prima o poi farò di tutta questa questione un bel falò e ci metterò una pietra sopra.

I dietrologi continuano a fare orecchi da mercante

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Tuttavia, anche nel caso della morte di Gardini probabilmente avrei potuto fare qualcosa per evitarla: innanzitutto, sul piano materiale, nel senso che io sapevo già dalla notte precedente dove egli si trovava, seppur latitante, e quindi avrei potuto/dovuto farlo arrestare immediatamente, invece che aspettare che l’indomani mattina si recasse spontaneamente da me (come avevamo concordato); poi avrei dovuto tranquillizzarlo in modo più credibile a proposito del presupposto per cui avevamo raggiunto l’accordo della sua consegna spontanea e cioè che quel giorno, seppur latitante, sarebbe entrato nel mio ufficio a mani libere e se ne sarebbe uscito non solo con le mani libere, ma anche con la revoca della misura cautelare (ovviamente, nell’accordo c’era anche il suo racconto dettagliato di quel che sapeva e/o aveva fatto in merito al suo ruolo da pirata nell’economia italiana, compresa quella siciliana). Invece, non ho fatto nessuna delle due cose, “gasato” com’ero dal fatto che, di lì a poco, avrei potuto chiudere il cerchio delle indagini su Enimont/ Calcestruzzi/eredità Ferruzzi, e tanto altro ancora.

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E così, quella mattina, Gardini – prima di accingersi a partire (uno dei suoi avvocati mi aveva avvertito che di lì a poco sarebbe arrivato, scusandosi per il leggero ritardo) – decise di andarsene per conto suo in un viaggio senza ritorno e io rimasi a mani vuote e col cuore gonfio.

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