Il delitto della Darsena. Dambele in silenzio davanti al gip. Per ora resta in carcere per omicidio
Subito dopo le dimissioni dall’ospedale, giovedì pomeriggio i carabinieri lo hanno accompagnato in cella. Ieri l’interrogatorio con il giudice al termine del quale per il 36enne maliano è scattata la custodia cautelare.
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È stato dimesso giovedì pomeriggio dall’ospedale. Pochi giorni di prognosi, zero secondi di libertà: perché i carabinieri, dopo averlo piantonato, lo hanno accompagnato in carcere. E ieri pomeriggio eccolo davanti al gip Corrado Schiaretti. Ma solo per pochi minuti: giusto il tempo di avvalersi della facoltà di non rispondere. E poi Madi Kedjougou Dambele è tornato in cella. Fermo convalidato più custodia cautelare in carcere per il 36enne originario del Mali, regolare, difeso dall’avvocato Cristiana Burdi e accusato dell’omicidio aggravato (dai futili motivi) del 29enne senegalese Moussa Cisse.
"Era molto provato", ha detto il suo legale precisando che, in ogni caso, per ora il 36enne non potrebbe chiedere i domiciliari visto che un domicilio non ce lo ha. Del resto, così come il 29enne, viveva da qualche tempo all’interno del complesso dell’ex silos Granari del Candiano, in via Manfredi Eustachio a un’incollatura del portocanale in sponda sinistra. Un luogo degradato e fatiscente tra rifiuti e boscaglia. Vi si entra da un pertugio nella recinzione perimetrale per essere accolti da una trama di spesse ramaglie, talvolta più fini della consistenza di un vincastro da gregge. Lì dentro, sparpagliati tra stanze e tende, quella notte ci dormivano in sette. Chi ospite di lungo corso - come Cisse e come l’amico del cuore, un connazionale 39enne (erano lì da un anno) che stava in stanza assieme a lui e a un nigeriano. Chi arrivato giusto quel giorno, come un bangladese 26enne. E poi c’erano una donna del Milanese e un domenicano. E naturalmente c’era Dambele, lì da circa un mese.
Le ruggini tra il giovane senegalese e il maliano già da giorni erano affiorate in un crescendo di devastanti futilità. Sembra che il debito che ha armato il cuore del 36enne, potesse ammontare a 25 euro. Tra le motivazioni portate dagli altri ospiti, anche la rottura di una tenda che i due senegalesi ricollegavano alle mani del 36enne; il fatto che questi avesse forse rovistato tra la loro roba; che in una concitata telefonata del pomeriggio precedente, il maliano avesse insultato sia il 29enne che la defunta madre. Qualcuno ha sostenuto che il 36enne avesse pure assunto droga. Gli ultimi istanti di vita di Cisse ci proiettano in uno dei cortili della labirintica struttura: il litigio coinvolge lui, il 36enne e forse anche il 39enne. Tutto a mani nude: il maliano riceve pure un colpo in testa con un bastone. Forse spunta un coltello, ma non viene usato. I carabinieri dell’Investigativo - coordinati dal pm Ylenia Barbieri - ricostruiranno tutto come nel crescendo criminale di una telecronaca letale e minuziosa. Dambele ripiega infuriato, ha avuto la peggio. Va a cercare aiuto, suona alla caserma della guardia di Finanza che si trova a 350 metri. Poi nota un cestino e s’illumina di violenza primitiva: rovista tra i rifiuti - come ci diranno le immagini delle telecamere di videosorveglianza - afferra una bottiglia, la spacca, impugna il collo, torna da Cisse, lo chiama fuori e lo sgozza. Alle 3.49 la prima richiesta di soccorsi. Dambele verrà trovato ferito a circa 800 metri, sotto al Moro di Venezia. Cisse riuscirà a raggiungere solo la sede di Autorità Portuale. E quelli saranno gli ultimi 400 metri della sua vita.
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