Certificati anti-rimpatrio: “Un delinquente in libertà? La gente non conosce i Cpr”
L’interno di un Centro per il rimpatrio. In queste strutture vengono chiusi gli stranieri che hanno commesso reati in attesa di espulsione
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Ravenna, 8 marzo 2026 – “Il devastatore della pensilina”. Così lo avevamo ribattezzato perché, per ragioni mai chiarite, la sera del 17 novembre scorso aveva distrutto a calci e pugni il plexiglas della fermata del bus in zona stazione ferroviaria. Ventisei anni, irregolare, originario del Gambia e una lista lunga tanto di reati accumulati via via in città tra furto aggravato (il 23 novembre in un supermercato di via Diaz), rapina, lesioni, resistenza, minacce, danneggiamenti (il plexiglas divisorio di una pattuglia della polizia locale) e violazioni dell’ordine a lasciare il territorio: ben 15 i fogli di allontanamento che aveva ignorato. Per due volte, quando ormai il predellino dell’aereo per il rimpatrio sembrava pronto per lui, la visita medica lo aveva ritenuto non idoneo consentendogli di tornare libero.
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Le chat nelle mani della polizia
Una storia, la sua, che ora emerge netta nelle chat acquisite dalla polizia nell’ambito dell’inchiesta che vede otto medici del reparto delle Malattie Infettive dell’ospedale ravennate indagati per falso ideologico continuato proprio per i cosiddetti certificati anti-rimpatrio. Passaggi che, se letti in chiave accusatoria, restituiscono questo scenario: là dentro ormai era maturata la consapevolezza di avere anche a che fare con persone che non solo avevano commesso reati, ma che, una volta tornate libere, avevano proseguito sulla medesima china.
Il dialogo tra due dottoresse
A parlare in questo dialogo, che risale al 2 dicembre scorso, sono due dottoresse, una indagata e l’altra no. La seconda riferisce alla prima, proprio in merito al ’devastatore della pensilina’, di avere letto la notizia sui giornali, in particolare su un articolo del Carlino pubblicato il 19 novembre: “Me l’ha detto anche un mio paziente che ho curato... un poliziotto ha detto, lo ha incrociato casualmente nel corridoio e gli ha detto: “eh sai che l’altro giorno sono andato a prendere quello là che ha scassato tutte le pensiline, delinquentazzo eh... e poi dopo qualcuno di voi gli ha dato un foglio di via...“”. Il concetto è chiaro: là fuori c’è qualcuno che dovrebbe forse stare altrove. “Adesso guarda che non è che glielo abbiamo dato noi - continua la dottoressa - e che semplicemente ci opponiamo a questa cosa qua, però mi hanno detto che anche sui giornali è uscita la notizia come se dopo la commissione sanitaria ha ritenuto che non fosse idoneo a rinchiuderlo e quindi questo è in giro per le strade, e queste sono comunicazioni che fanno veramente casino dopo eh”.
La collega indagata si pone a un certo punto il problema di come potere giustificare la non idoneità dell’irregolare al cpr, centro di permanenza per i rimpatri, “se tutto negativo”. Qualche frase dopo, probabilmente riprendendo il tema del curriculum giudiziario dei singoli, ammette: “Certo che anche noi siamo non abbiamo informazioni”. “Esatto, tra l’incudine e martello - replica l’altra - perché cioè noi gli ho detto noi come facciamo a sapere se quello che arriva da noi è un delinquente e poi voglio dire non è una cosa che decidiamo noi”. E ancora: “Fai la figura di quello sinistroide... che i neri sono tutti buoni (...) perché poi le persone non lo sanno come sono i cpr”. Quella indagata risponde: “No ma infatti tenere la popolazione nell’ignoranza più assoluta è il meglio che possono fare per governare”. Nel dialogo ce n’è anche per il tribunale: “Cioè, non siamo noi che facciamo il giudice, perché lui da quello che ho capito il giudice ha detto “beh bene lo rimpatriano e non ci penso più“ eh però non puoi ragionare così, cioè questo ha agito dei reati, lo devi punire per i reati che ha agito, non puoi metterlo sullo stesso livello di uno che non ha fatto niente, è lì anche che è sbagliato, cioè... però non lo so se è effettivamente una questione spinosa”.
Un quadro - per l’accusa - che restituisce una strategia figlia di un’ideologia che esula dall’applicazione di criteri esclusivamente medici. Tanto che in alcuni casi le visite si erano concluse in un paio di minuti appena dopo un mero colloquio. Ci sono altre chat che, sempre per gli inquirenti, vanno nella stessa direzione: “Per me la cosa dei cpr è molto chiara - precisa un’altra dottoressa - e oramai ci siamo dentro così tanto”. E poi: “È vero che è una rottura, ma la scelta è puramente etica”.
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