Rogo alla Eureco, la battaglia di Azzurra Scapolan: "Nulla mi ridarà mio padre. Ma non può finire così"
La figlia di Sergio: "L’ultima chiamata poco prima del boato, la corsa a Genova. Non ci sentiamo tutelati: un rimpallo di responsabilità e nessuno paga".
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Milano – "Quei soldi non mi restituiranno papà, né daranno un nonno a mia figlia. Ma quindici anni dopo non ci sentiamo tutelati ed è come se quel capitolo fosse rimasto aperto". Tra coloro che attendono ancora i risarcimenti per il caso Eureco c’è Azzurra: aveva 21 anni quando ha perso il padre, Sergio Scapolan, la prima vittima dell’esplosione nell’azienda di stoccaggio rifiuti di Paderno Dugnano. Sfiora il tatuaggio sul braccio, dedicato a lui, alle vacanze in camper con mamma e papà: il ricordo più dolce ha le coordinate di Capo Nord, 71°, 10’, 21’’.
Azzurra, cosa ricorda del 4 novembre del 2010?
"Era il primo giorno dell’università, iniziavo il secondo anno allo Ied, l’Istituto europeo di Design. Avevo raggiunto mia mamma al Politecnico, dove lavorava lei, dopo le lezioni. “Chiama papà per dirgli com’è andata“, mi disse. A 21 anni pensi di avere tutto il tempo a disposizione, rimandi. “Ma sì, lo chiamo dopo“. Mamma ha insistito, per fortuna. L’ho sentito 15 minuti prima che succedesse tutto. “Poi stasera mi racconti bene!“: ci eravamo ripromessi".
"È stato il primo dei feriti dell’Eureco a morire, il 13 novembre”
Poco prima delle 15 la colonna di fumo nero, le sirene, i soccorsi agli operai coinvolti: quattro erano gravissimi.
"Stavamo tornando a casa con i mezzi quando ci ha chiamato un’amica di famiglia per chiederci se sapevamo cosa stava succedendo a Paderno. Abbiamo iniziato a telefonare a papà: non ci rispondeva. Ho chiamato Fabio, che è diventato poi mio marito, per dirgli di venire a prenderci in stazione e siamo corsi lì. Ricordo i giornalisti, le tivù. Io che cercavo di farmi spazio, di trovare papà. Lo avevano già portato al San Raffaele. Siamo corsi lì, l’hanno trasferito in elicottero a Genova, al centro grandi ustionati. Ci siamo messi in viaggio".
E non si è mossa da lì per dieci giorni.
"Aveva il 90% del corpo con ustioni di terzo grado. Lo guardavo da una finestrella: era tutto coperto. Mi hanno detto che quando è salito sull’ambulanza, con le sue gambe, ha dato agli infermieri l’indirizzo di casa, per avvisarci. È stato il primo dei feriti dell’Eureco a morire, il 13 novembre. Ricordo che il proprietario della ditta, Giovanni Merlino, continuava a chiamare sul suo cellulare i primi giorni. “Sergio è come un fratello, tienimi aggiornato“, mi diceva".
Lavorava lì da molto?
"Da un vita. Prima era alla Metalli Preziosi. Aveva 63 anni, avrebbe potuto godersi la pensione, ma non riusciva a stare a casa, voleva tenersi impegnato. Per fortuna, se si può dire così, nonna aveva l’Alzheimer e non ha visto suo figlio morire in questo modo. Anche se quella settimana, destino vuole, continuava a chiedere anche lei di papà".
“Sapere che dopo un dramma del genere e dopo una sentenza definitiva né l’assicurazione né chi è stato giudicato colpevole paghi quanto è stato pattuito, fa male"
Sono passati quindici anni e tre gradi di giudizio.
"Sapere che dopo un dramma del genere e dopo una sentenza definitiva né l’assicurazione né chi è stato giudicato colpevole paghi quanto è stato pattuito, fa male. Il giorno in cui hanno confermato la condanna io ero in sala parto: mi vengono ancora i brividi, ricordo la chiamata della zia. Pensavo si fosse finalmente chiuso un capitolo, anche se i ricordi rimarranno indelebili. E invece no".
Cosa fa più male oggi?
"Vedere sempre questo scarico di responsabilità. Ho preso meno della metà della provvisionale, abbiamo dovuto rimetterci gli avvocati, sobbarcarci altre spese. E ancora nulla. Sono morte quattro persone. Quattro. È una questione di principio, anche fosse un euro: che giustizia è questa?".
Pochi ricordano la “Thyssen milanese“?
"La si è dimenticata, sì. E per chi l’ha vissuta non è facile rileggere articoli e sentenze. Ma quello che mi fa più rabbia è sapere che succede ancora, leggere di altre morti sul lavoro, come se quanto successo il 4 novembre del 2010 non fosse servito a nulla. Mia figlia, una bambina che vede la magia degli alberi, mi chiede del nonno: “Mamma, perché succedono queste cose?“. Dovrei risponderle che il dio denaro, purtroppo, la vince sempre. È la parte della storia più difficile".
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