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L’omicidio di Teresa Stabile a Samarate: la donna tra gelosia e controllo, Gerardi la considerava una proprietà

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08.03.2026

I rilievi all’ingresso del condominio teatro del delitto di Teresa Stabile La donna fu uccisa dal marito a coltellate

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Samarate (Varese) – In aula il silenzio è pesante. Non è il silenzio di chi non ha nulla da dire, ma quello di chi deve trovare il coraggio di raccontare una storia che dura da più di dieci anni. È la storia che emerge nel processo per l’omicidio avvenuto il 16 aprile 2025 a Samarate. Sul banco degli imputati c’è il marito, Vincenzo Gerardi, accusato di omicidio volontario. Teresa stava divorziando da lui quando è stata accoltellata nella sua auto, poco lontano da Busto Arsizio. Ma in aula si torna indietro nel tempo.

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Il primo a prendere la parola è il figlio maggiore della coppia, oggi ventottenne. Racconta di calci, pugni, schiaffi. Di un bastone spezzato sulla schiena. “Bastava una risposta che non gli piaceva – dice – e diventava aggressivo”. Non era solo violenza fisica. Era controllo continuo.

“Continuava a scrivermi per sapere dove fosse mia madre”. A un certo punto il figlio ha deciso di andarsene di casa. “Ero stufo di vivere così”. Ma il tempo scorre ancora indietro nei ricordi. “Avevo sette o otto anni – racconta – dopo essere stato picchiato io e mia madre siamo andati a dormire in macchina”. La gelosia di Gerardi, spiegano i figli, arrivava a ogni dettaglio della vita quotidiana. IAnche l’amicizia con un’altra donna diventa motivo di tensione. “Mia madre era esausta”, racconta il figlio maggiore.

Poi parla il figlio minore, 22 anni. Anche lui riporta ricordi che risalgono all’infanzia. “Avevo circa dieci anni. Li ho sentiti litigare. Mio padre aveva bloccato mia madre sul letto e cercava di spogliarla. Io sono corso dai miei nonni per chiedere aiuto”.

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Nel gennaio 2025 Teresa si era anche recata in caserma, accompagnata dalla sorella. Non fu presentata una denuncia. In aula il ragazzo racconta che le sarebbe stato detto che non ce n’era bisogno. Poi prende la parola la madre di Teresa. “La chiamava “la mia Teresa”. Ma non era sua”. All’inizio, ammette, la famiglia aveva sottovalutato la situazione. “Era un manipolatore”. Racconta dei controlli sul telefono, delle pretese: “Diceva: ho il diritto di vedere questo telefono”.

Teresa nel frattempo si era trasferita dai genitori. Le due case erano vicine. Anche il padre prova a mantenere un equilibrio. Racconta che l’uomo veniva da loro con la scusa delle iniezioni di Voltaren. “Lo facevo salire per tenerlo buono”. Ma presto capisce che era solo un modo per controllare ancora la figlia. Quando Teresa decide di chiedere il divorzio, il tono cambia. Arrivano le suppliche, ma anche le minacce. “È meglio per te se torni a casa”, le diceva. “Te la farò pagare”. Una volta si presenta con un mazzo di rose. Teresa rifiuta. “Se non lo accetti – le dice – uscirai di casa in orizzontale”.

E poi quella frase ripetuta più volte: “Non svegliate il can che dorme. Perché se si sveglia sono guai”. Fino al 16 aprile. Il figlio minore racconta un dettaglio che gela l’aula. Quel giorno aveva visto il padre a pranzo. “Mi ha detto: ti voglio bene, prenditi cura di tuo fratello”. Quelle parole lo avevano inquietato. “Ho chiamato subito mio fratello”. Poche ore dopo arrivano le coltellate.  

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