Riccardo Cocciante a 80 anni: "Ho avuto il coraggio di tornare a vent'anni"
Per approfondire:
Articolo: Neffa, la seconda vita di un canerrandagioArticolo: LDA e Aka7even, andamento forteArticolo: ‘La mia generazione non sa aspettare’: Tredici Pietro e il messaggio nascosto nella canzone che porterà a SanremoNon è stato lui a scegliere la musica. Ma la musica ad aver scelto lui. Bordeggiando i lidi di “Ho vent’anni con te”, suo diciottesimo album d’inediti in uscita dopodomani, Riccardo Cocciante se ne dice convinto. E di quella misteriosa forza attrattiva che l’ha reso un padre nobile della canzone italiana parla nello studio di Soundcheck, il format musicale disponibile sul sito web e sui social del nostro giornale, riavvolgendo la pellicola di un “viaggio” lungo ottant’anni. Quelli compiuti il 20 febbraio scorso e appena omaggiati dal docufilm di Stefano Salvati “Il mio nome è Riccardo Cocciante” disponibile su RaiPlay. Cifra tonda pure per “Margherita” che di anni ne compie cinquanta.
“Ho vent’anni con te” è il suo primo album in studio da 21 anni a questa parte
“Già, l'ultimo è stato ‘Song’ del 2005. Ma in mezzo ci sono state tante cose perché ‘Notre-Dame de Paris’ ha girato tutto il mondo e io ho dovuto accompagnarlo in Francia come in Corea. Intanto, però, continuavo pian piano ad accantonare canzoni, scritte con numerosi autori. Alla fine, abbiamo pensato di mettere tutto in un album dal respiro live riunendo tutti i musicisti nello stesso studio e facendoli suonare uno accanto all’altro”.
Venendo alla canzone che dà titolo all'album, l'amore è guardare il mondo con gli occhi dei vent’anni?
“Più che l'amore, direi è l'arte in generale ad aver bisogno di quel tipo d’approccio. Perché l'inizio è pieno di un mistero che poi viene sviluppato e a volte anche deformato, secondo me. Quindi bisogna avere il coraggio di tornare indietro e assaporare quello che eravamo prima”.
Questo è il disco dei suoi 80 anni. Quindi sono 40 anni che ha 20 anni
“Noi arrivati negli anni Settanta abbiamo cercato di assimilare nella nostra musica le influenze che arrivavano da fuori, sperimentando e inventando. I ragazzi hanno, infatti, a disposizione infinite possibilità, devono solo saper scegliere. Ma avere tutto, a cominciare dalle sicurezze economiche, non è sempre un bene. Noi dovevamo lottare per sopravvivere e credo che quel disperato amore per la vita affiorasse dalle canzoni. Eravamo la generazione del Dopoguerra, in cerca di un suo posto nel mondo”.
Guardando a queste 12 nuove canzoni riesce ad individuarne tre che in qualche modo lo definiscono e possono valere come invito al viaggio
“Non credo. Posso, però, individuare delle collaborazioni, come quella con Françoise Sagan, autore in ‘Un uomo in armi’ di un testo bellissimo che poi ho musicato, cosa rara perché di solito seguo il procedimento inverso, quella con Luc Plamondon, l’altra mia metà in ‘Notre-Dame’, e ancora Jean-Loup Dabadie, cesellatore sempre di piccoli gioielli, Pasquale Panella, Beppe Dati. La conclusiva ‘Il pensiero che resta’ l’ho scritta con Mogol, a cui sono legato da un rapporto ormai quarantennale, basta pensare a ‘Cervo a primavera’, ‘Celeste nostalgia’ o ‘Se stiamo insieme’”.
Questione di feeling?
“Sì, di alchimia artistica. Io con la musica cerco di dare il senso di una canzone, ma poi sta all’autore darle forma con un testo. Non ci sono regole. Ecco perché mi piace pensare alla composizione come ad una bacchetta magica che realizza i suoi prodigi stupendo innanzitutto quelli che l’utilizzano”.
Perché? “Certe volte quel che stai componendo ti sembra troppo semplice, troppo ‘basic’, e non ti rendi conto che in realtà va benissimo così. Un esempio, ‘Il tempo delle cattedrali’ in ‘Notre-Dame’; ci ho messo sei mesi, un anno, a accettare questo pezzo ritenendolo, troppo, troppo, elementare. E solo col tempo sono riuscito a capirne la bellezza”.
“Notre-Dame” è in scena da 28 anni nel mondo e da 24 in Italia
“Notre-Dame non è un musical, non è un'opera, non è un'operetta, non è niente di tutto questo; sono solo canzoni pop-rock, che legate una all’altra raccontano una storia. Molte commedie musicali poggiano su una solida narrazione e due-tre pezzi importanti, mentre in ‘Notre-Dame’ di momenti musicali con quelle caratteristiche ce ne sono un eccesso; arrivano, arrivano, arrivano, fino alla fine. Questo perché quando l'abbiamo composto con Plamondon ho aperto cassetti in cui c’erano già una quindicina di arie che potevano fare al caso. Questo ci ha spinto a scrivere con impeto. Lui è molto proteso verso il futuro, mentre io tengo un piede nel presente e l’altro nel passato. Questo ha fatto sì che ci completassimo a vicenda”.
Risultato?
“Abbiamo lavorato su tantissimo materiale. Infatti, alla fine abbiamo tagliato 20 minuti di opera perché ce n'era troppo. E non è detto che non li si possa in qualche modo recuperare tra un paio d’anni per festeggiarne il trentennale”.
Ma lei l'ha poi conosciuto quel critico inglese che, in occasione dello sbarco di ‘Notre-Dame’ nel West End disse “Se questo musical ha successo a Londra, vado nudo sotto l'ambasciata di Francia”.
“Sì, l'ho conosciuto. Ricordo che, quando lo spettacolo debuttò al Dominion Theatre, nessuno degli addetti ai lavori d’oltre Manica avrebbe scommesso sull’eventualità di restare in scena più di un mese. Ci rimase, invece, un anno intero e quel critico, con coerenza, sotto l’ambasciata avvolto nel tricolore francese ci andò per davvero”.
Quest’anno in tour c’è l'opera, ma, in estate, pure il suo autore
“Non credevo di poterlo fare, perché, vista l’età, magari uno si domanda ‘forse non canta più’. E invece lo faccio, anche perché magari la gente vede in me qualcosa che, forse, non trova negli altri. E a questa differenza io tengo. Non ho mai cercato di essere di moda, mai cercato di essere ‘in’ al momento giusto, cerco solo di essere me. E questo le persone me lo riconoscono. Cerco di amare il tempo che vivo. Io sono questo album, io sono canzoni, io sono ‘Notre-Dame’”.
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