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La carica dei magistrati del Sì

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16.03.2026

Favorevoli alla separazione delle carriere, che eviterà la “contiguità pericolosa tra giudici e pm”. Favorevoli al sorteggio, che toglie potere alle correnti. Favorevoli a una riforma che “rafforza la garanzia di indipendenza della magistratura”. Le “mosche bianche” in toga spiegano il loro Sì al referendum

Si autodefiniscono “mosche bianche”, isole galleggianti in un mare di pareri diversi espressi dai loro pari. Può sembrare un ossimoro, un magistrato che voti Sì, ma il manipolo delle mosche bianche vede invece la scelta come naturale per ragioni di merito, metodo e riflessione, lungo la linea che ogni giorno viene tracciata in tribunale: colpevole o non colpevole. Si addentra nelle ragioni profonde di questa decisione Giacomo Rocchi, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, facendoci da Virgilio in un piccolo viaggio nelle motivazioni di un Sì non scontato: “Noi giudici prendiamo decisioni pesantissime sulla vita delle persone”, dice; “ciò nonostante, a un certo punto, è come se ci si abituasse. E lo dico da giudice della prima sezione penale, con competenza anche sugli omicidi volontari e sulla conferma o annullamento degli ergastoli. Ecco, credo che tutto quello che ci possa rendere davvero terzi, autorevoli e credibili, anche agli occhi dell’imputato o dell’indagato più debole, sia fondamentale e necessario per l’intera società”.

Rocchi è arrivato al Sì non d’istinto, racconta: “Ho maturato questa convinzione dopo aver letto e studiato una riforma che rappresenta davvero un passo in avanti in direzione del giudice terzo e imparziale. Faccio questo lavoro da quarant’anni: sicuramente l’imparzialità è una forma mentis che si forma poco a poco, ma la terzietà è una posizione oggettiva che fa sì che il giudice sia davvero qualcosa di diverso rispetto al pm e all’avvocato. Il controllo del giudice sull’attività del pm deve svolgersi lungo tutto il procedimento, soprattutto dall’inizio delle indagini preliminari – intercettazioni, misure cautelari, udienze preliminari – ma anche nel dibattimento. E’ la stessa Costituzione, all’articolo 111, a parlare di imparzialità e terzietà. La riforma, ribadisco, andrebbe a vantaggio dei cittadini, soprattutto di quelli più fragili. Sorprende, da questo punto di vista, che ci sia così tanta resistenza”. Il motivo predominante per la scelta, per molti magistrati del Sì, è però il sistema elettorale per il Csm: “Il sorteggio”, dice Rocchi, “è stata una scelta obbligata: negli scorsi decenni il sistema elettorale è stato cambiato molte volte e le correnti dell’Anm hanno sempre preso il controllo, vedi il caso Palamara”. Il nuovo metodo tuttavia spaventa. “Viene visto come qualcosa di umiliante per la magistratura”, dice Rocchi: “In realtà è molto più umiliante quello che è successo: che i cittadini vedano i giudici, figure che possono condannarli per aver violato la legge, violare la legge quando si tratta delle proprie vicende”.

Sottolinea l’urgenza di contrastare quello che chiama “degrado” anche Andrea Mirenda, che del Csm è consigliere togato, primo della storia a essere sorteggiato in virtù della riforma Cartabia: “Voterò Sì”, dice, “per avere un’accusa pienamente indipendente e professionale davanti a un giudice reso ancora più forte e autorevole dalla terzietà”, e per l’approvazione di una riforma “che porrà fine alla principale minaccia all’indipendenza del singolo magistrato, quel sistema correntizio responsabile del degrado in cui versa il Csm, già chiaro all’onorevole Tina Anselmi nel lontano 1974. Se non ora, quando?”. Subito, dice chi vede il voto come una vera e propria “liberazione” per i magistrati: così la pensa Natalia Ceccarelli, giudice della Corte d’appello di Napoli e componente del comitato direttivo centrale dell’Anm: “Voterò convintamente Sì”, spiega, “perché l’introduzione del sorteggio costituisce l’unico concreto strumento di superamento della crisi di credibilità che affligge la magistratura ormai da diversi anni e alla quale la magistratura stessa non ha saputo fornire adeguata soluzione dal suo interno”.  Per Giuseppe Bianco, sostituto procuratore a Roma, “il sistema opera benissimo per la correntocrazia e malissimo per chi non fa parte della oligarchia. Il Csm è ridotto a parlamentino delle correnti e ha assunto, nel corso degli anni, funzioni politiche rappresentative che non competono a un organo di mera attività amministrativa, seppure di alta amministrazione. Proprio per questo si producono continue tensioni istituzionali con gli organi politici ed elettivi. Altro punto di crisi che non arriva sotto riflettori: la concentrazione di potere in capo a singole persone, capicorrente che diventano anche capufficio. Né si parla degli incarichi direttivi che non hanno, di fatto, termini di tempo. Il combinato disposto di queste anomalie produce un’oligarchia interna che ha assunto sempre più caratteristiche ideologiche e si muove come fosse un partito, impegnato direttamente sul campo contro una legge del Parlamento”. 

Il quadro appare insostenibile ad Alfonso D’Avino, procuratore a Parma: “La più grande stortura del sistema attuale è la trasformazione del Csm da organo di rilevanza costituzionale – che ha il compito di garantire il funzionamento degli uffici giudiziari e di accompagnare la vita professionale dei magistrati – in organo di rappresentanza al pari dell’Anm: il sistema interno all’Anm, con la suddivisione in correnti, trova una vera e propria proiezione all’interno del Csm. La speranza è che si riesca a tagliare quel cordone ombelicale che lega indissolubilmente la base degli elettori agli eletti. Il sorteggio dovrebbe garantire l’arrivo al Csm di persone – togate o laiche – sganciate rispettivamente dall’appartenenza a logiche correntizie o a partiti politici”. 

Sul fronte opposto, però, il sorteggio è visto come pericolo e anticamera d’incompetenza. Catello Maresca, magistrato distaccato presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali e candidato a sindaco di Napoli nel 2021, prova a smontare le obiezioni: “La riforma rappresenta forse l’ultima occasione per ripristinare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, alterato negli anni dalla deriva delle correnti nella magistratura. Altro che minaccia alla Costituzione: difenderla significa riconoscere finalmente una distorsione diventata immorale e insostenibile e votare convintamente Sì. Il ragionamento è semplice e dovrebbe rassicurare anche gli elettori ancora indecisi, spesso confusi da ricostruzioni fuorvianti e paure alimentate ad arte. Nelle democrazie moderne vige il principio della separazione dei poteri. Questo equilibrio regge perché la funzione giurisdizionale ha carattere diffuso: ogni giudice esercita direttamente il potere di giudicare, senza dipendere da un capo o da un gruppo di comando. Se invece il potere giudiziario si concentra nelle mani di pochi, la sua indipendenza si indebolisce e l’equilibrio tra i poteri rischia di spezzarsi. I padri costituenti non potevano immaginare che la magistratura si sarebbe organizzata in gruppi di influenza. E’ una distorsione che tradisce lo spirito della Costituzione. Per questo va spezzata con uno strumento semplice e radicale: il sorteggio”.

Antonio Rinaudo, ex pubblico ministero a Torino, cerca di sfatare “il mito del pm come organo giurisdizionale”: “Con la riforma”, dice, “si avrebbe finalmente un pm più consapevole e responsabile rispetto a quello che fa nel compiere le indagini. Il pm non deve accertare un fatto: questo compete al giudice. Al pm compete il compito di raccogliere gli elementi in ordine alla commissione di un fatto: deve portare le prove. Inoltre, con la riforma non perderebbe autonomia, anzi........

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