A sinistra? “Non ci penso proprio”, dice Calenda
"Consiglio a Meloni di evitare, e di mollare Trump". Le primarie? "Sarebbe un vero autogol per la sinistra parlarne da qui al 2027". Ma dove va Calenda? "Come faccio ad andare con chi si oppone al riarmo europeo, con chi dice no agli aiuti all’Ucraina o con chi, in nome dell’ambiente, ci trascinerebbe verso il sottosviluppo?”
Roma. Non si muove, il leader di Azione Carlo Calenda. Resta dov’è, dice, ancorato al progetto di un “polo riformista”. Lo chiama proprio “terzo polo”, a un certo punto, incurante dell’implosione del prototipo. “Non ci penso proprio”, è la risposta rivolta a chi, nel centrosinistra, ora quasi quasi ci spera, nel grande ritorno, dopo aver udito Calenda definire “necessarie, doverose e tardive” le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, auspicando nel contempo quelle di Daniela Santanché dal ministero del Turismo e di Adolfo Urso dal ministero delle Imprese e Made in Italy. “Vedrete che si riavvicina”, pensa qualcuno, tra Pd e Iv, con l’ottimismo della volontà (altrui). Macché: Calenda guarda e passa, passa e guarda — come fossero figurine dello stesso album “bipopulista” — i due principali litiganti sulla soglia delle primarie, la segretaria dem Elly Schlein e il leader M5s Giuseppe Conte. Non ha vinto il referendum, il senatore e leader di Azione, nel senso del Sì, ma dalla sua prospettiva il punto è un altro, e non solo perché in Azione si è votato sui due fronti: “Davo per scontato il No, ma con un 45 per cento di affluenza. Invece l’alta partecipazione parla d’altro: di un paese che, di fronte all’estrema politicizzazione nei due campi, ha votato anche sul governo, e sullo sfondo di uno scenario di guerra”. Cioè con la sagoma di Donald Trump sovrapposta a quella di Giorgia Meloni, è il concetto. Un rammarico calendiano c’è: “E’ chiaro che questo voto significa pietra tombale su qualsiasi riforma costituzionale. Noi avevamo infatti proposto un’Assemblea costituente, un organismo che potesse agire separatamente dall’agenda politica, ma niente”. E adesso? A parte le suddette auspicate dimissioni di Urso (“l’Ilva ha chiuso”, dice Calenda, “e per l’automotive non si vedono piani”), il leader di Azione “consiglia da cuore alla premier”, dice, di “evitare di buttarsi sulla legge elettorale. Lasci perdere”. Cosa dovrebbe fare, invece? “Intanto, ma non solo, un provvedimento incisivo sull’energia. E poi: spendersi per il rilancio della Nato europea, mollando Trump, che è diventato per lei una ‘liability’. Riprenda piuttosto la linea virtuosa di dialogo con il cancelliere tedesco Friedrich Merz”. Eppure, nonostante Calenda abbia scritto su X che “la stasi rancorosa” a destra “non è un’opzione”, ma il “dream team Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Landini, Gratteri, Renzi, Travaglio neppure”, c’è chi continua a domandarsi, al centro di entrambi gli schieramenti, dove stia andando il senatore. “Uno va dove ha basi valoriali in comune. E io come faccio ad andare con chi si oppone al riarmo europeo, con chi dice no agli aiuti all’Ucraina o con chi, in nome dell’ambiente, ci trascinerebbe verso il sottosviluppo?”. A sinistra ci sono anche però i riformisti dem, persone che a Calenda guardano (vedi il caso dell’eurodeputata Elisabetta Gualmini, passata di recente dal Pd ad Azione). E lo sguardo magari è ricambiato. “Mi piacerebbe, certo, venendo da lì, e dalla tradizione liberal-progressista, che a sinistra si arrivasse a difendere a gran maggioranza la resistenza ucraina, come mi piacerebbe che crescesse una destra conservatrice e liberale. Ma, se le cose non ci sono, non si può far finta che ci siano”. E quindi? “Quindi Azione tiene alta la bandiera di un polo riformista con tutti quelli che vorranno e verranno, con l’obiettivo di convincere gli italiani che si astengono a votare per qualcosa, non contro qualcosa”. Ai riformisti dem maltrattati sui social fischieranno le orecchie. “Le porte sono aperte a chi davvero vuole il rafforzamento della Ue, in un quadro in cui si muovono come si muovono Stati Uniti, Russia e Cina, pena la scomparsa dell’Europa stessa”. Altri sinceri europeisti arriveranno? “Credo di sì, e non solo da sinistra”. Intanto le primarie avanzano. “L’unico autogol che può fare la sinistra, oggi, è mettersi a parlare di primarie da qui al 2027. E lo faranno”. Ma non ha paura ad andare da solo? “Beh, il rischio fa parte della vita, no?”.
Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
