A sinistra? “Non ci penso proprio”, dice Calenda
"Consiglio a Meloni di evitare, e di mollare Trump". Le primarie? "Sarebbe un vero autogol per la sinistra parlarne da qui al 2027". Ma dove va Calenda? "Come faccio ad andare con chi si oppone al riarmo europeo, con chi dice no agli aiuti all’Ucraina o con chi, in nome dell’ambiente, ci trascinerebbe verso il sottosviluppo?”
Roma. Non si muove, il leader di Azione Carlo Calenda. Resta dov’è, dice, ancorato al progetto di un “polo riformista”. Lo chiama proprio “terzo polo”, a un certo punto, incurante dell’implosione del prototipo. “Non ci penso proprio”, è la risposta rivolta a chi, nel centrosinistra, ora quasi quasi ci spera, nel grande ritorno, dopo aver udito Calenda definire “necessarie, doverose e tardive” le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, auspicando nel contempo quelle di Daniela Santanché dal ministero del Turismo e di Adolfo Urso dal ministero delle Imprese e Made in Italy. “Vedrete che si riavvicina”, pensa qualcuno, tra Pd e Iv, con l’ottimismo della volontà (altrui). Macché: Calenda guarda e passa, passa e guarda — come fossero figurine dello stesso album “bipopulista” — i due principali litiganti sulla soglia delle primarie, la segretaria dem Elly Schlein e il leader M5s Giuseppe Conte. Non ha vinto il referendum, il senatore e leader di Azione, nel senso del Sì, ma dalla sua prospettiva il punto è un altro, e non solo perché in Azione si è votato sui due fronti: “Davo per scontato il........
