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Barbero e san Francesco: oltre l'icona, l'uomo contraddittorio

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05.03.2026

Sebastiano ha undici anni, segue tutte le conferenze di Alessandro Barbero online, legge i suoi libri. Tra poco sarà il più giovane spettatore del Teatro Verdi, gremitissimo per la lectio magistralis di una delle voci divulgative più ascoltate del nostro Paese. Quando lo studente ottiene la parola nella sala stampa, appena prima dell’evento, chiede al professore come reagivano i contemporanei di Francesco alle sue scelte. Domanda precisa, tutt'altro che scontata, coerente con il ciclo Spiritualità, Dialogo e Fratellanza nel mondo globale, organizzato dall’Università di Pisa nell'ottavo centenario della morte del santo.

Lo storico risponde con la stessa densità che riserverebbe a un collega. «I contemporanei cominciarono come avremmo fatto noi — “quello è un matto” — e poi cambiarono registro nel momento in cui riconobbero il significato religioso del gesto. Allora può essere scattato un altro effetto – “forse questo parla davvero con Dio”, finirono per supporre. Così, di colpo l'atteggiamento si rovescia e diventa ammirazione, la convinzione che questo sia una persona sacra. La fede medievale era vissuta con un'intensità che oggi è difficile immaginare. Si credeva davvero all'inferno e al paradiso. Quella certezza trasformava la percezione dello scandalo in possibile rivelazione».

Il Francesco cancellato

La lectio si costruisce intorno a una delle operazioni più radicali della storia medievale. Nel 1260, trentaquattro anni dopo la morte di Francesco, il capitolo generale dell'ordine affidò a Bonaventura da Bagnoregio il compito di produrre la versione definitiva della biografia del fondatore. Le biografie precedenti — comprese quelle di Tommaso da Celano, che aveva conosciuto Francesco di persona — furono ritirate e distrutte. Bonaventura eliminò il Francesco che si arrabbiava, dubitava, si scontrava duramente con i dirigenti del proprio ordine. Lo levigò per renderlo un modello. Barbero segue le trasformazioni di un singolo episodio — l'incontro con il lebbroso — attraverso tre versioni successive: nel testamento dettato dallo stesso Francesco, poi nella prima e nella seconda biografia di Tommaso, infine nella Legenda Maior. A ogni passaggio l'episodio acquista peso teologico e perde concretezza. Francesco aveva scritto di una dolcezza “dell'anima e del corpo”. Bonaventura chiuse il cerchio identificando il lebbroso con Cristo in persona. «La cosa interessante — sottolinea lo studioso riferendosi ai vari biografi — non è chiedersi quale versione sia più vicina al vero. È vedere come ognuno di loro ha voluto presentarcelo».

Francesco fondò un movimento che divenne rapidamente una delle organizzazioni più potenti della Chiesa medievale, con conventi in pietra, biblioteche, cattedre a Parigi e Oxford, frati nominati vescovi. Tutto ciò che aveva esplicitamente rifiutato. «Il testamento - osserva Barbero - è un ultimo tentativo di ricordare ai frati come avrebbe voluto che vivessero: lavorando con le mani, senza possedere denaro, senza libri costosi. Papa Gregorio IX, però, su richiesta dei frati, dichiarò con una bolla che il documento era privo di valore legale. Una soluzione tecnicamente ineccepibile, considerato che il papa era laureato alla Sorbona mentre Francesco si definiva con orgoglio un ignorante. Il significato era però inequivocabile: l'ordine aveva già imboccato una strada propria. E la scelta di Francesco di abbandonare i vertici dell’ordine da egli stesso fondato? “Una lezione di umiltà!” dichiarerà Bonaventura con un colpo di genio che pretende di spazzare via ogni sospetto di protesta».

Rispetto a chi lo ha preceduto nel ciclo dell’ateneo toscano, Barbero toglie il piedistallo al santo rendendolo più vicino a noi. Resta l’uomo fragile, contraddittorio, vero. Nella selva delle testimonianze – in primis quella del santo, ma anche dei suoi molti agiografi – trapela un personaggio poliedrico, capace di slanci di estrema dolcezza così come di asperità e spigolosità.

La domanda che lo storico, se potesse, vorrebbe rivolgere direttamente a Francesco riguarda le donne. «Lo stesso uomo che aveva convinto Chiara d'Assisi a fuggire di casa e ne aveva segnato l'ingresso nella vita religiosa, negli ultimi anni insegnava ai frati di tenersi alla larga da ogni frequentazione femminile. Una contraddizione che le fonti documentano senza risolverla. Perché?»

Il valore dello scarto

Ogni epoca, ricorda lo studioso, ha trovato in Francesco l'aspetto che la colpiva di più. I pittori barocchi spagnoli raffiguravano il mistico con il teschio, noi oggi lo identifichiamo con il precursore dell'ecologia – “sorella acqua” e “fra’ lupo” – e del dialogo interreligioso. «Il nesso con il presente esiste – osserva Barbero – Francesco è andato davvero dal sultano, ma tra il Francesco della sua epoca e i contenuti che gli vengono attribuiti oggi rimane sempre un certo scarto». Riconoscerlo, lavorarci sopra con rigore e trasparenza, comunicarlo a una sala in cui siedono insieme professori universitari e bambini di undici anni, è il contributo specifico dello storico alla storia pubblica italiana. Le stesse coordinate si ritrovano nel volume San Francesco (Laterza), in cui lo studioso ricostruisce la figura del fondatore attraverso le contraddizioni delle fonti, senza pretendere di imporre al lettore il vero Francesco ma offrendogli gli strumenti per capire come è stato costruito. Sebastiano, con la sua domanda, aveva capito esattamente dove scavare.

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