Come la mafia arrivò alle stragi
Ogni anno, tra il 23 maggio e il 19 luglio, l’Italia torna giustamente a fermarsi. Ricorda Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli uomini e le donne delle loro scorte, la violenza di Capaci e l’orrore di via D’Amelio. È un rito civile necessario. Eppure, proprio nel modo in cui continuiamo a raccontare quelle stragi, si annida spesso un equivoco che finisce per renderle meno comprensibili invece che più chiare. L’equivoco è pensare alla mafia come a un corpo immobile, identico a sé stesso lungo tutta la storia repubblicana, come se la mafia di Portella della Ginestra, quella del dopoguerra, quella dei grandi boss palermitani e quella che fece saltare in aria Falcone e Borsellino appartenessero alla stessa identica fenomenologia criminale.
La mafia cambia. Cambia economicamente, politicamente, militarmente. Cambia nella sua struttura interna, cambia nella cultura del potere, cambia perfino nel rapporto con lo Stato. E se non comprendiamo questa metamorfosi, rischiamo di non capire davvero né Capaci né via D’Amelio.
La Sicilia del dopoguerra è un territorio devastato, attraversato da tensioni violentissime. Lo sbarco alleato, il collasso del fascismo, il separatismo, le lotte per la terra, il banditismo, il caos sociale e istituzionale. In quel contesto la mafia gioca la propria partita. Non è ancora la potenza criminale centralizzata, ricchissima e militarizzata che conosceremo decenni dopo. È una struttura più frammentata, profondamente radicata nel controllo territoriale, capace di adattarsi ai nuovi equilibri che si stanno formando. Dentro quella fase storica, la mafia sostiene anche il sogno indipendentista siciliano e con esso la parabola di Salvatore Giuliano. È una stagione in cui l’idea della rottura con lo Stato centrale appare, per alcuni settori, una strada percorribile.
Ma quella stagione dura poco. La mafia comprende molto rapidamente che il vero potere non si conquista rompendo con lo Stato, bensì condizionandolo dall’interno. Lo Statuto autonomo siciliano, adottato nel 1946 e poi costituzionalizzato, offre un equilibrio molto più conveniente di qualsiasi avventura separatista. Non più contrapposizione aperta, ma mediazione. Non più pulsione rivoluzionaria, ma controllo. La mafia sceglie di diventare forza stabilizzatrice, interlocutore occulto, soggetto capace di controllare territorio, consenso, relazioni sociali ed economiche. In questo........
