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“Mirandolina” di Marina Carr: la riscrittura di Goldoni è un’occasione sprecata

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12.03.2026

Nella tradizione del teatro di regia, i classici si riadattano. La loro riuscita sta nel dispositivo registico, con scena e interpretazione. Nella tradizione (fortissima) della drammaturgia di tradizione anglofona, i classici si riscrivono. Così ha fatto Marina Carr, autrice irlandese di culto, con “La locandiera” di Goldoni in una coproduzione internazionale del Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale, diretto da Filippo Dini, a cui va certo il merito di aver deciso un’apertura internazionale del TSV.

Affidandosi a Carr, è stato coinvolto anche l'Abbey Theatre-Teatro Nazionale d'Irlanda - con la regia affidata Caitríona McLaughlin, che dell’Abbey è direttrice artistica - con la partecipazione del Teatro Nazionale Croato di Fiume-HNK Rijeka e il sostegno dell'Istituto Italiano di Cultura di Dublino. Carr si poggia sul binario della situazione goldoniana, la adatta anziché a Firenze - come nell’originale - nella sua Dublino in un ristorante fondato più o meno un secolo prima, da un veneziano. Attorno al bancone da bar c’è Mirandolina, nipote del fondatore, con un nome “da straniera” per i locali. Barista, ma anche laureanda con una tesi su Virginia Woolf. Il ristorante l’ha ereditato dal padre, insieme a Fabrizio, un possessivo e irruente fratellastro, sua volta figlio di un veneziano approdato a Dublino e con alle spalle ancora un’intricata genealogia di violenza. Con altri due clienti costituisce il terzetto di prototipi maschili, ritratti sullo stampo goldoniano: così i due Fiori e Alba (in luogo del marchese di Forlipopoli e del conte d’Albafiorita) sono due spacconi da nordest, mandrilli sposati e perdigiorno sempre ubriachi (Carr e McLaughlin li fanno bere come dei........

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