“Mirandolina” di Marina Carr: la riscrittura di Goldoni è un’occasione sprecata
Nella tradizione del teatro di regia, i classici si riadattano. La loro riuscita sta nel dispositivo registico, con scena e interpretazione. Nella tradizione (fortissima) della drammaturgia di tradizione anglofona, i classici si riscrivono. Così ha fatto Marina Carr, autrice irlandese di culto, con “La locandiera” di Goldoni in una coproduzione internazionale del Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale, diretto da Filippo Dini, a cui va certo il merito di aver deciso un’apertura internazionale del TSV.
Affidandosi a Carr, è stato coinvolto anche l'Abbey Theatre-Teatro Nazionale d'Irlanda - con la regia affidata Caitríona McLaughlin, che dell’Abbey è direttrice artistica - con la partecipazione del Teatro Nazionale Croato di Fiume-HNK Rijeka e il sostegno dell'Istituto Italiano di Cultura di Dublino. Carr si poggia sul binario della situazione goldoniana, la adatta anziché a Firenze - come nell’originale - nella sua Dublino in un ristorante fondato più o meno un secolo prima, da un veneziano. Attorno al bancone da bar c’è Mirandolina, nipote del fondatore, con un nome “da straniera” per i locali. Barista, ma anche laureanda con una tesi su Virginia Woolf. Il ristorante l’ha ereditato dal padre, insieme a Fabrizio, un possessivo e irruente fratellastro, sua volta figlio di un veneziano approdato a Dublino e con alle spalle ancora un’intricata genealogia di violenza. Con altri due clienti costituisce il terzetto di prototipi maschili, ritratti sullo stampo goldoniano: così i due Fiori e Alba (in luogo del marchese di Forlipopoli e del conte d’Albafiorita) sono due spacconi da nordest, mandrilli sposati e perdigiorno sempre ubriachi (Carr e McLaughlin li fanno bere come dei dannati, visione a dire il vero un tantino stereotipata, sebbene l’alcol sia protagonista nei piaceri veneti) l’uno ricco, l’altro spiantato. Corteggiano in modo pesante Mirandolina, a volte anche in presenza di Rip (sul calco del cavaliere Ripafratta) cliente ombroso e misogino, schiacciato da una madre possessiva.
Quel che segue però non è una dinamica di personaggi e caratteri pieni di sfumature, ma due ore e trenta di testo eccessivo (a tratti insostenibile e retorico) da manuale (e da ciclostile) che fa esprimere ai tre maschi tutto il peggio del maschilismo, fino all’odio delle donne da Incel, ma tagliato con l’accetta ideologica, in modo talmente parossistico da perdere di credibilità. I maschi sembrano parlare come un libro stampato sul maschilismo, non sono personaggi reali, sono pieni di “luoghi comuni” già-detti, dai vari personaggi, non mostrati nello sviluppo dei caratteri. Non scriviamo questo per negare tutto il peggio che si può pensare dei maschi (noi maschi) ma per sottolineare solo un difetto di dramamturgia che finisce per creare “tipologie” da maschera (va bene che siamo in Veneto, ma nella storia del teatro il tratto geniale di Goldoni fu la “caduta della maschere” della commedia dell’arte e la sua conversione in commedia di realismo dei personaggi). Marina Carr sembra paradossalmente fare il percorso inverso, creando tipi che enunciano i loro stessi difetti, risultando artificiali. Si annacqua così ogni denuncia (e lo spettacolo, nelle intenzioni di produzione del TSV, erano di sensibilizzare, legandosi anche alle campagne di associazioni contro la violenza sulle donne).
Risultano incongruenti i mutamenti di atteggiamento, tagliati netti nelle tonalità emotive di identità: la dottoranda su Woolf che è innaturalmente svenevole e civetta verso i maschi, prona al “male gaze” più tipico, salvo poi cercare di salvare capra e cavoli, rivendicandolo una “volontà di dominio” con repentini scatti di disprezzo per questi bambinoni impotenti - un po’ da “femme fatale” più che da femminista. Così l’ottusità del fratello adottivo che la vuole sposare, con una fissazione paranoica monocorde per tutto il tempo - e aver attribuito a questa ostinazione a un personaggio “egiziano” fa anche pensare un sorprendente inciampo di pregiudizio. Lo stesso vale per i due amici ubriaconi, che in certi cambi di scena cambiano carattere, come fa Alba per esempio in una lunga e pleonastica scena al tavolo con Rip. O come Fiori, prima arrogante, poi piagnucolone, poi ancora arrogante. Nel frattempo, battute su battute li trasformano gli attori in “dicitori di tesi” precostituite. Più szdanoviano che goldoniano.
Le scene, i contenuti in cui i maschi vomitano tutto il peggio che i maschi pensano (e che ribadiamo è reale, in generale) non si calano in una dimensione umana. A questo si aggiunge anche uno smodato uso di cocaina che non ha molto senso. Si aggiunge anche le digressioni con la comparsa in scena dei due fantasmi, del padre e del nonno, il primo con un raffazzonato e goffo exploit meta teatrale. Viene il dubbio se Carr non sia sopravvalutata. Non aveva convinto nemmeno il testo di “iGirl”, salvato solo dalla strepitosa bravura di Federica Rosellini. Anche per questo, come in quel caso, Carr ha imposto rigidamente di non toccare nulla del testo (te lo puoi permettere solo se sei Beckett, che è oltretutto anche un genio della essenzialità). Il dramma procede, ma sempre fermo su questo punto, salvo poi - nel calco di Goldoni - Mirandolina decide di tessere una trama per vendicarsi dell’odio degli uomini verso le donne, con un effetto della “recitazione nella recitazione” che peggiora tutto (anche qui tutto un po’ astratto).
Se aveva senso nel personaggio goldoniano, appartenente a piccola proprietaria della nascente borghesia, in un contesto settecentesco, usare certi strumenti “da sirena”, beffando gli uomini con il vezzeggiare di premura e risate e mossette (“Voglio burlarmi di quelle caricature d’amanti” dice la vera Locandiera di Goldoni) anche con un senso di affermazione sociale del tempo contro i nobili, il tira e molla da “ars amandi” che Carr fa praticare a Mirandolina quasi le porta a confermare lo stereotipo dei maschi grezzi sulle donne come “odiose incantatrici” - come dice Ripamonti in Goldoni, ma con la cultura di di tre secoli fa). Il gioco al massacro che ne segue è cupo perché è vero nella realtà la situazione è cupa, ma questa verità generale non può ideologicamente salvare un testo sbagliato e una regia che lo asseconda. Mirandolina sembra più una donna di altri tempi afflitta dalla sindrome “io ti salverò”, ma qui in versione “io ti punirò” partendo da personaggi rigidi. La conflittualità diventa autodistruzione e la tragedia è annunciata fin dall’inizio, facendo di tutta l’operazione un’occasione sprecata.
Fino al 15 marzo a Milano, Teatro Elfo Puccini - dal 28 agosto al 5 settembre Abbey Theatre Dublino
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