Iran, l'avventuristica incompetenza di chi ha voluto la guerra
Facciamo un passo indietro. Un paio di giorni fa il New York Times titolava: “Israele pensava di poter fomentare una ribellione all'interno dell'Iran. Ciò non è accaduto”. E poi, nel sommario: “Finora sono andate deluse le speranze del presidente Trump che un piano israeliano per innescare una rivolta interna contro il governo teocratico iraniano potesse porre fine rapidamente alla guerra”. In pratica, spiegava il quotidiano, Trump si sarebbe fatto convincere dall’intelligence israeliana secondo cui, iniziata la guerra, il Mossad avrebbe potuto “galvanizzare l’opposizione interna, innescando rivolte e altri atti di ribellione che avrebbero potuto portare a un collasso del governo iraniano”. Uccidere subito i leader della Repubblica Islamica, insieme a operazioni di intelligence volte a incoraggiare il “regime change”, avrebbe dovuto insomma condurre a una rapida fine del conflitto. Ora però l'intelligence israeliana avrebbe dovuto riconoscere che “il governo teocratico iraniano è indebolito ma intatto, e che la diffusa paura delle forze militari e di polizia iraniane ha smorzato le prospettive sia di una nascente ribellione nel paese, sia di incursioni transfrontaliere da parte di milizie etniche al di fuori dell'Iran” - in primo luogo i separatisti curdi.
Ma fermiamoci qui, per non affondare il coltello nella piaga di 90 milioni di iraniani che contano già oltre 3000 vittime, (fra cui 1500-2000 civili e 200 bambini), e hanno visto in tutto il Paese la distruzione di case, scuole, ospedali e altre infrastrutture civili, mentre a Teheran l’incendio di alcuni serbatoi di petrolio appesta l’aria da settimane, con gravi conseguenze per la falde acquifere e l’ecosistema. Fermiamoci qui perché in realtà ce ne sarebbe già abbastanza per pretendere le dimissioni, per palese incompetenza e criminale avventurismo, non solo di Trump e Netanyahu, ma anche di molti loro cattivi consiglieri, sordi a quanto dicono da anni gli analisti di buon senso. E cioè che la Repubblica Islamica non è qualcosa che si sciolga come neve al sole, ma un sistema dove la struttura di potere politico e militare è radicata e diffusa, nonché capace di rapidi ricambi nelle posizioni di vertice; che le oligarchie economiche (in particolare i Pasdaran e quanti gestiscono i capitali delle fondazioni benefiche islamiche) sanno assicurarsi il consenso dei ceti più disagiati con sussidi, posti di lavoro e sostegni di vario tipo; che la dissidenza iraniana non è pronta a tornare in strada a farsi ammazzare come nella terribile repressione che ha subito l’8 e il 9 gennaio - repressione a sua volta giustificata, dai vertici della Repubblica Islamica, proprio con la dichiarata presenza del Mossad tra i manifestanti; che buona parte della popolazione sarà sì stanca di questo sistema politico (come di decenni di sanzioni occidentali), ma ha anche un fiero senso della propria identità nazionale, e non vuole certo vedere l’Iran frantumato in una guerra intestina tra diverse entità etniche (curdi, baluci, arabi, persiani) - benché esista un problema di minoranze sotto-rappresentate e marginalizzate in un diseguale sviluppo del Paese. E potremmo andare avanti a lungo, smontando pezzo per pezzo non solo gli assunti dei fallimentari piani guerrafondai, ma anche la potente e pervasiva propaganda di parte dell’opposizione della diaspora, messianicamente convinta che il cambiamento possa arrivare proprio con la guerra, e tutto sarà rimesso a posto dal principe erede Reza Pahlavi una volta sbarcato in patria dopo decenni negli Usa.
Ma limitiamoci a quanto accade sotto gli occhi di tutti: una leadership iraniana che, senza nemmeno cambiare pelle ma sostituendo i suoi leader con altri uguali se non peggiori, ha subito rivoltato le sorti della guerra a proprio strategico vantaggio, estendendo la sua ritorsione anche contro strutture strategiche nell’intera regione del Golfo, e trasformando lo Stretto di Hormuz in un collo di bottiglia da gestire a suo piacimento. Fino a contrapporre alle massimalistiche condizioni di Trump per un ritorno ai negoziati (traditi per la seconda volta in meno di un anno proprio dallo stesso presidente Usa) in richieste altrettanto massimalistiche, ma non certe prive di logica (a cominciare da quella di risarcimento per i danni di due guerre che non è stata Teheran a cominciare). Del resto, solo poche ore fa Trump minacciava di distruggere le centrali elettriche, annunciando una “distruzione totale” che “funzionerà alla grande”.
E torniamo a concentrarci sulla popolazione iraniana, e non solo - pietisticamente - in quanto prima vittima di queste guerre. Ma come società civile consapevole e altamente istruita, che da anni dimostra di voler essere parte attiva del cambiamento. Una società civile che non a caso ha espresso due donne Nobel per la pace, Shirin Ebadi e Narges Mohammadi, quest’ultima di nuovo in carcere in Iran. Ma anche una società fatta di studenti, lavoratori, donne, minoranze etniche che, come scrive Paola Rivetti nella sua recentissima Storia dell’Iran - hanno dato vita a proteste e movimenti, e che nel corso di decenni si sono organizzate e mobilitate, influenzando lo sviluppo della politica nazionale e internazionale fino al movimento Donna Vita Libertà. Quest’ultimo capace di produrre un profondo cambiamento culturale e sociale, oltre che di cultura politica, nel tessuto del Paese. E allora chiediamoci quanto di questa società attiva voleva davvero la guerra che infine le si è scatenata sopra.
“Per comprendere questa fase è necessario separare due questioni”, scriveva nelle scorse settimane il giornalista indipendente iraniano Siyavash Shahabi -. Da un lato c'è la questione della libertà e dei diritti umani in Iran: il conflitto della società con la Repubblica Islamica sulla sicurezza, la vita quotidiana e il diritto di organizzarsi. Dall'altro lato c'è la questione nucleare e missilistica e il più ampio confronto geopolitico che da anni è il principale punto di tensione tra l'Iran e l'Occidente (…). La mancata separazione di questi due problemi è proprio il punto in cui viene preso di mira il trauma collettivo iraniano: come se chiunque sia contro la Repubblica Islamica debba anche accogliere con favore la guerra, e chiunque sia contro la guerra debba schierarsi sotto la bandiera della Repubblica Islamica. Questa dicotomia è una trappola”.
“La società, anche durante una transizione - proseguiva - ha comunque bisogno di un paese. Un attacco militare non colpisce solo alcuni comandanti e alcune sale operative; colpisce anche ospedali, la rete elettrica, i sistemi idrici e i magazzini di medicinali. Il costo della distruzione lo paga la società nel suo insieme, non pochi criminali. Ciò che la società vuole davvero è cambiare il modo in cui queste strutture funzionano, non distruggere il paese”. Parole che rimettono al centro non solo le sofferenze e i lutti dei civili, doppiamente colpiti dalla guerra e dalla repressione - più dura che mai, in questi tempi di guerra e con questa rinnovata dirigenza -. Ma i loro diritti di persone, compreso quello di ricostruire dall’interno il proprio futuro.
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