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La politica non si volti dall’altra parte quando c'è un'aggressione omofoba

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03.03.2026

Il fermo di tre dei dieci minorenni ritenuti responsabili dell’aggressione omofoba ai danni di Alessandro Ansaldo è un primo passo verso la giustizia. Un passo importante, che riconosce la gravità di quanto accaduto e restituisce fiducia nel lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura.

Alessandro ha 25 anni. È stato nostro attivista nel 2021, prima di trasferirsi a Londra per studiare musica. È un ragazzo che ha sempre messo il volto nelle battaglie per i diritti, partecipando a manifestazioni e sit in. È stato aggredito brutalmente nel centro di Roma, colpito con pugni al volto e alla testa, insultato con parole cariche di odio. Ha riportato un trauma cranico facciale, la frattura del naso e contusioni alle costole. Venti giorni di prognosi, ma le ferite più profonde non si misurano in giorni.

Quello che è accaduto non è una rissa. Non è una bravata. Non è un litigio degenerato. È violenza d’odio. Quando un gruppo prende di mira una persona accompagnando la violenza fisica con insulti omofobi, non siamo di fronte a un fatto casuale. Siamo davanti a un messaggio: “Tu non sei come noi, tu meriti di essere colpito”. È questo il punto politico, prima ancora che giudiziario.

Per questo il Partito Gay LGBT+, Solidale, Ambientalista e Liberale ha deciso che si costituirà parte civile nel processo, insieme agli avvocati Stefano Iadarola e Marina Zela. Non solo per sostenere Alessandro, ma per affermare un principio: chi colpisce una persona per il suo orientamento sessuale colpisce un’intera comunità.

In Italia continuiamo a discutere di libertà e diritti come se fossero opinioni. Intanto giovani vengono aggrediti per strada. Intanto l’omotransfobia resta un fenomeno reale, concreto, quotidiano. E senza una legge specifica che riconosca e contrasti in modo chiaro i reati motivati dall’odio verso le persone LGBT+, il messaggio che passa è ambiguo.

Ogni aggressione è un fallimento collettivo. È il risultato di un clima culturale che troppo spesso minimizza, giustifica, derubrica. È il prodotto di anni in cui si è legittimato il linguaggio dell’odio, si è banalizzata la discriminazione, si è ridicolizzata la richiesta di tutele, come da parte di chi ci definisce "non normali" e su questo ci sta facendo un partito. Non si tratta di chiedere privilegi. Si tratta di chiedere protezione, dignità, uguaglianza.

Alessandro oggi chiede giustizia. E noi saremo al suo fianco in tribunale. Ma la vera sfida è fuori dalle aule giudiziarie. È nelle scuole, nei media, nella politica. È nella capacità delle istituzioni di dire con chiarezza che l’odio non è un’opinione e che chi colpisce per discriminare non sta semplicemente sbagliando, sta attaccando i valori costituzionali su cui si fonda la nostra Repubblica.

La giustizia farà il suo corso. La politica deve fare il suo dovere, partendo dal Parlamento che deve approvare al più presto una legge seria contro l'omobitransfobia. E il dovere di tutti è di non voltarsi dall’altra parte.

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