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Riforma Nordio, perché voterò no

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26.02.2026

C’è un modo facile di parlare di giustizia: ridurre tutto a uno slogan, alimentare la sfiducia, promettere soluzioni drastiche a problemi complessi.
E poi c’è il modo serio: riformare con equilibrio, senza compromettere gli assetti costituzionali. Il referendum che ci viene proposto sceglie la prima strada. Io scelgo la seconda.

Partiamo da un chiarimento necessario, troppo spesso assente nel dibattito pubblico: la separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri esiste già. I magistrati scelgono un percorso distinto e il passaggio dall’una all’altra funzione è oggi fortemente limitato. Non siamo di fronte a una magistratura indistinta, dove accusa e giudice coincidono. Sostenere il contrario significa semplificare una realtà che è già regolata da vincoli stringenti.

Il cuore della questione riguarda piuttosto l’assetto del governo autonomo della magistratura e il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo le vicende che ne hanno incrinato la credibilità, il legislatore è intervenuto introducendo un nuovo sistema per l’elezione dei componenti togati: una fase di sorteggio per individuare i magistrati candidabili, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle correnti e rendere più trasparente il meccanismo di selezione.

È una soluzione perfetta? No. È una risposta a un problema reale? Sì. Ma va valutata dentro una riforma organica, non trasformata in un grimaldello per ridisegnare in modo affrettato equilibri costituzionali delicatissimi.

Il Csm non è un organo corporativo. È una garanzia prevista dalla Costituzione per assicurare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere dello Stato. Indebolirlo, frammentarlo o esporlo maggiormente alla pressione politica significherebbe rendere più fragile l’intero sistema delle garanzie. E quando si indeboliscono le garanzie, a pagarne il prezzo sono sempre i cittadini, soprattutto i più vulnerabili, oltre che la democrazia del nostro Paese.

L’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati: è il diritto di ogni persona a essere giudicata da un giudice libero. È un principio più volte richiamato dalla Corte costituzionale e scolpito nell’equilibrio tra i poteri delineato dalla Carta. Altro elemento fondamentale e rischioso della Riforma Nordio è infatti lo spostamento del controllo della Polizia Giudiziaria dal Pubblico Ministero all'Esecutivo, che trasferirebbe così il controllo delle indagini sotto il potere del governo. Questo significherebbe avere una magistratura che difficilmente potrà indagare sulla classe politica, e ciò mette in discussione il principio costituzionale di separazione dei poteri fondamentali dello Stato, ovvero: legislativo, in capo al Parlamento; esecutivo, in capo al governo; e giudiziario, in capo alla Magistratura.

La giustizia italiana, per essere efficiente, ha invece bisogno di finanziamenti e riforme profonde e concrete: riduzione dei tempi dei processi, investimenti in personale amministrativo, piena digitalizzazione, organizzazione più efficiente degli uffici, criteri trasparenti e meritocratici nelle nomine. Ha bisogno di ricostruire fiducia. Non ha bisogno di interventi parziali che rischiano di alterare l’assetto istituzionale senza incidere sui problemi quotidiani di chi aspetta una sentenza per anni.

Dire no a questo referendum non significa difendere lo status quo. Significa rifiutare scorciatoie divisive e scegliere la strada più difficile ma più responsabile: quella delle riforme discusse in Parlamento, meditate, condivise, capaci di tenere insieme efficienza e garanzie.

La giustizia non è un terreno di scontro ideologico. È un pilastro della democrazia.
E i pilastri si rafforzano con equilibrio, competenza e responsabilità, non con interventi che rischiano di incrinarli.

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