Moralità limitata
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Questa campagna referendaria per addetti ai livori, ma anche il «caso Bastoni», l’interista riuscito nell’impresa un tempo inimmaginabile di far espellere ingiustamente uno juventino, confermano che i fatti non esistono più. Sono diventati stoffa grezza intorno a cui cucire l’abito che meglio casca addosso alla mia opinione.
Se il calciatore, il politico, il magistrato o il commentatore dello schieramento avverso afferma o commette una bestialità, mi indignerò, griderò «vergogna vergogna» (mai meno di due volte), alluderò a qualche imprecisato complotto e lascerò trasudare il disgusto morale che quel comportamento mi provoca. Al contrario, se ad affermare-commettere la medesima bestialità è qualcuno della mia squadra, ribalterò lo schema. Negherò che lo abbia fatto. Oppure, dopo un meccanico riconoscimento di colpa pronunciato a fior di labbra, come se si trattasse di un fastidioso inciso, mi affretterò a ricordare che il calciatore-politico-magistrato-commentatore dell’altra squadra ha fatto molto peggio. Ieri, un anno fa, nel 2013, nel 1978. Non fa differenza, se non su un punto: che il mio «campione» ha sbagliato in buona fede ed è un perseguitato, mentre quello altrui ha sbagliato in malafede ed è un privilegiato.
Anche quando è colpevole, il mio ultrà, il mio simulatore, il mio parolaio rimane sempre una vittima. Altrimenti dovrei mettere in discussione le mie certezze. Troppa fatica. Assai più comodo aggiustare la verità — strofinarla, levigarla rovesciarla — finché non aderisce ai miei pregiudizi.
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