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Una cultura della rissa che prefigura altri conflitti

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25.02.2026

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Una cultura della rissa che prefigura altri conflitti

Le tensioni che smentiscono gli appelli del Quirinale azzerano una prospettiva di dialogo

Il modo in cui procede la campagna referendaria conferma le peggiori previsioni. La moderazione e il rispetto reciproco invocati dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono regolarmente smentiti sia dal governo che dalle opposizioni. Ognuno scarica sugli avversari la responsabilità degli eccessi. In realtà, tutti appaiono prigionieri non solo di una logica che estremizza le posizioni, ma di una cultura della rissa che li accomuna nonostante a parole la neghino. 

Non è casuale che nel fronte del No prevalgano magistrati radicali e partiti come il Movimento 5 Stelle. Per Giuseppe Conte, la consultazione sulla riforma della Giustizia è un’occasione di protagonismo da sfruttare non solo per attaccare il governo ma nella competizione col Pd di Elly Schlein. E sul fronte del Sì, in bilico tra certezze di vittoria e timori di sconfitta, la tendenza a usare la cronaca per delegittimare la magistratura rischia di prevalere su ogni cautela. Per questo, l’ipotesi di un dialogo tra potere politico e giudiziario dopo il referendum appare una prospettiva altamente virtuale. Se, come sostiene Conte col suo M5S, il governo sta perseguendo «un disegno di politica criminale», non si capisce su che basi potrebbe ripartire il confronto. E se il Guardasigilli, Carlo Nordio, ricorda come un monito che «è crollata la popolarità della magistratura», e altri esponenti accostano alla Russia di Vladimir Putin lo schieramento del No, il vicolo cieco è garantito. Si conferma l’omaggio formale ai richiami del Quirinale. E in parallelo si assiste all’incapacità, o al rifiuto di essere conseguenti nel corso della campagna referendaria. È indicativo che dopo la battuta maldestra del sottosegretario a Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, su Putin che «voterebbe No», ieri sia intervenuto il ministro per i rapporti con il Parlamento. 

E non per archiviare la polemica. Luca Ciriani, di FdI come Fazzolari, ha insistito: «In Russia non esiste la separazione delle carriere. Lascio a chi ci ascolta decidere se è preferibile un sistema stile russo o uno stile occidentale». Parole che allontanano il dialogo, e finiscono per alimentare un conflitto istituzionale. La cifra prevalente è questa, e dal referendum si estende alle polemiche sulla commissione Antimafia, o sui dossieraggi. E umilia le intenzioni di parlare del merito. Per il governo, il punto fermo è che vuole solo migliorare la giustizia; e che comunque non si dimetterà. Per le opposizioni, il mantra è che assisteremmo a una svolta autoritaria: al punto da paragonare una vittoria del Sì a una fase che accomunerebbe l’Italia agli Usa di Donald Trump, con istituzioni schiave del potere esecutivo. Entrambi scenari opinabili, e poco convincenti.

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