Fine vita, il silenzio che colpisce i fragili
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A ormai sette anni dalla prima sentenza della Corte costituzionale che depenalizza, in quattro casi specifici (malattia inguaribile, sofferenze intollerabili, piena capacità di intendere e di volere, necessità di strumenti di sostegno vitale), l’aiuto al suicidio medicalmente assistito, non vi è ancora una legge che regoli il fine vita. Uno scandalo che copre di vergogna il legislatore. Ancor più grave se si tiene conto delle aperture che, su questo tema, pur con molte divisioni e sofferenze, sono venute dalla Chiesa.
Nel frattempo diciassette malati hanno ottenuto il via libera dai comitati etici nelle varie regioni (ultimo il Piemonte) che si sono mosse in autonomia. In alcuni casi sono state varate delle leggi regionali (Toscana, Sardegna) che poi il governo ha impugnato davanti alla Consulta. Una maggioranza di governo schizofrenica. Non riesce a portare avanti una legge perché teme, nella migliore delle ipotesi, casi di coscienza verso i quali il rispetto è totale e ci mancherebbe.
Ma una legge che traduce i criteri stabiliti dalla Consulta non innesta alcuna deriva verso l’eutanasia. Rispetta, invece, la volontà di chi è malato inguaribile, non sopporta più il dolore, rifiuta l’accanimento terapeutico (ribattezzato ostinazione irragionevole delle cure). Se Regioni di differente orientamento politico si sono mosse per normare la materia, significa che è straziante l’incertezza di malati e famiglie e non si può voltare la testa altrove. Il silenzio del legislatore colpisce le vite delle persone affette da malattie inguaribili rendendole, se possibile, ancora più fragili. L’inazione ha un costo sommerso che ricade sui cittadini più deboli al cui legittimo appello si decide di fatto di non rispondere.
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16 febbraio 2026, 11:37 - modifica il 16 febbraio 2026 | 11:53
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