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Trump e il «prurito» del sesto anno: riuscirà a sopravvivere al 2026 come fece Clinton nel 1998?

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08.02.2026

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Per una lunga lettura da weekend, vi propongo uno dei miei autori preferiti, lo storico scozzese (oggi a Stanford, California) Niall Ferguson. Lucido e anticonformista. 

Alcuni estratti della sua analisi apparsa su The Free Press: «Ogni presidente che conquista un secondo mandato quasi inevitabilmente finisce vittima di ciò che da tempo è noto come il “prurito del sesto anno”. Il secondo anno del secondo mandato è stato storicamente un tempo di prove e tribolazioni per l’inquilino della Casa Bianca. 

In genere i presidenti si trovano di fronte a un’agenda interna che si arena, alla stanchezza dell’opinione pubblica o, in alternativa, a uno scandalo, a un disastro naturale o a una crisi internazionale. 

Il partito del presidente quasi sempre va male alle elezioni di metà mandato e il presidente viene considerato un’anatra zoppa per il resto del mandato. Nonostante la sua continua capacità di mettere nel sacco i suoi interlocutori stranieri, vista ancora di recente a Davos, Trump potrà essere la prossima vittima di questo ciclo politico interno. 

Un secondo mandato è un secondo mandato, consecutivo o no. Cominciamo da Minneapolis. La città è diventata il punto focale di una reazione ben orchestrata contro la strategia aggressiva di deportazioni di stranieri illegali. A partire dai primi di dicembre, il Department of Homeland Security ha riversato agenti dell’Immigration and Customs Enforcement e della Customs and Border Protection a Minneapolis e St. Paul. La decisione è seguita alle rivelazioni di diffuse frodi nei sussidi pubblici tra membri della comunità somala del Minnesota: uno scandalo da 9 miliardi di dollari che sembrava una pessima notizia per i democratici. 

Il 7 gennaio, però, un agente dell’Ice ha ucciso la manifestante Renée Good, 37 anni, madre di tre figli. Il DHS ha definito la sparatoria un atto di legittima difesa e ha sostenuto che Good aveva cercato di investire gli agenti “in un atto di terrorismo interno”, mentre i democratici hanno affermato che stava tentando di spostare l’auto allontanandola. 

Poi, 17 giorni dopo, un secondo manifestante, Alex Pretti, anche lui trentasettenne e infermiere presso il Department of Veterans Affairs, è morto dopo essere stato colpito dieci volte da due agenti della CBP. Il vice capo di gabinetto Stephen Miller, architetto della politica migratoria di Trump, ha sostenuto che Pretti era un “aspirante assassino” che aveva “cercato di uccidere agenti federali”. La segretaria del DHS Kristi Noem ha definito Pretti un “terrorista interno”. I filmati dell’incidente sono difficili da conciliare con la versione dell’amministrazione. 

Il 25 gennaio Trump ha scelto di fare marcia indietro. La ragione per cui le due morti in Minnesota sono politicamente così dannose per Trump è che l’immigrazione è da tempo uno dei suoi temi vincenti. Ha avuto un ruolo vitale nella sua rielezione del 2024, e la velocità con cui la nuova amministrazione ha di fatto chiuso il confine meridionale ha dato credibilità alla frase “promesse fatte, promesse mantenute”. 

Le deportazioni, però, si sono rivelate meno popolari, soprattutto quando accompagnate da metodi da “pugno duro” e da una copertura mediatica negativa del tutto prevedibile. In un sondaggio New York Times/Siena dopo la sparatoria contro Good, il 61 per cento degli elettori registrati ha detto che le tattiche dell’Ice erano “andate troppo oltre”. I più recenti dati YouGov mostrano che circa due terzi degli americani che hanno visto i video della morte di Pretti hanno detto che la sparatoria era ingiustificata. Lo stesso sondaggio rileva che il 46 per cento degli americani sostiene l’abolizione dell’Ice. 

Tutto questo ricorda un altro periodo di disordini americani: le sparatorie del 1970 alla Kent State University e la reazione del presidente Richard Nixon. Nel 1968 Nixon aveva vinto su una piattaforma di legge e ordine, in mezzo a grandi proteste contro la guerra in Vietnam e tensioni razziali. Sosteneva di rappresentare la “maggioranza silenziosa”, cioè quelli che volevano la fine dei disordini. Il 30 aprile 1970, Nixon annunciò un’incursione militare in Cambogia. Le proteste studentesche a Kent State aumentarono nei giorni successivi. Il governatore dell’Ohio chiamò la National Guard. Il 4 maggio, uno scontro tra studenti e Guardie portò queste ultime ad aprire il fuoco, uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove. 

“Questo dovrebbe ricordarci ancora una volta che quando il dissenso si trasforma in violenza invita la tragedia”, disse Nixon. Nei mesi successivi, Nixon fece campagna in modo aggressivo a favore dei repubblicani al Congresso e “contro gli hippy”.........

© Corriere della Sera