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La lezione che viene dal Mezzogiorno

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25.03.2026

Il referendum sulla giustizia restituisce un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud: da una parte il Mezzogiorno, compatto, dove il No alla riforma Nordio ha ottenuto risultati eclatanti, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria finale (con Napoli divenuta capitale italiana del dissenso e la Campania tutta prima fra le regioni a opporsi alla legge costituzionale); dall’altra il Lombardo-Veneto (più il Friuli), che ha scelto — unica area del Paese, seppur densamente popolata — di dire Sì all’iniziativa del governo Meloni, senza però incidere realmente sull’esito del voto. Una situazione che dovrebbe far suonare un ulteriore campanello d’allarme nella coalizione che regge l’Esecutivo, già investita ieri da un vero e proprio terremoto post-consultazione a livello centrale. E questo per varie ragioni. La prima è squisitamente politica. Nel blocco sudista che ha votato No ci sono diverse Regioni, cinque per l’esattezza, che al pari di molte grandi e medie città, sono guidate dal centrodestra: Abruzzo (con il governatore Marco Marsilio - FdI), Molise (Francesco Roberti - FI), Basilicata (Vito Bardi - FI), Calabria (Roberto Occhiuto - FI) e Sicilia (Renato Schifani - FI). A fronte di sole tre Regioni a trazione progressista: Campania, con Roberto Fico (5S); Puglia con Antonio Decaro del Pd e Sardegna, con la pentastellata Alessandra Todde.

Eppure il 5-3 di partenza su cui avrebbe dovuto far leva (ipoteticamente) Palazzo Chigi per ottenere l’ok finale a una delle iniziative su cui aveva maggiormente puntato, nelle urne referendarie si è tradotto in un severo cappotto: 8-0. Certo nel Mezzogiorno, ma non solo, nell’affermazione del No ha pesato non poco l’impegno messo in campo da tanti giuristi e magistrati — a cominciare dal Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, che si è speso senza sosta, mettendoci sempre la faccia e pronunziando parole chiare in ogni dove; è altrettanto vero, di contro, che la campagna referendaria è stata, come è logico che sia, condotta anche dalla politica. E qui il centrodestra ha chiaramente toppato. Soprattutto nel Meridione. Il segnale, forte, infatti, appare quello di un Sud che si allontana dall’orbita Meloni. Come mai? A urne chiuse Forza Italia, analizzando la batosta, ha sollecitato più Mezzogiorno nel Governo. Chissà, forse è una possibile strada da percorrere. Il problema, però, a ben vedere sembra più ampio: uscito di scena Raffaele Fitto, passato a dicembre 2024 dall’esecutivo italiano — nel quale si occupava di Sud, Coesione e Pnrr — alla vicepresidenza della Commissione europea, non si è più intravisto un leader vero nel centrodestra meridionale. Una figura che potesse avere la forza e il peso di parlare al Mezzogiorno e per il Mezzogiorno, insomma. Da qualche mese c’è in pista Luigi Sbarra, calabrese, a cui è stato affidato il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per il Sud: l’ex leader della Cisl continua a ribadire «i grandi risultati del governo» per lo sviluppo del Meridione. L’occupazione aumenta, innegabile: ma autorevoli osservatori — Svimez in testa — spiegano che si tratta essenzialmente di lavoro povero, tanto è vero che i giovani — quelli laureati innanzitutto — emigrano a migliaia in cerca di occasioni più consone. Il Pil avanza, non v’è dubbio; ma è trascinato essenzialmente dai fondi (pubblici) del Pnrr e non da una strategia di supporto alla crescita di carattere strutturale. Fatto sta che la Zes Unica non può essere la panacea. O almeno l’unica strada tracciata. Una bocciatura così eclatante proveniente dal Meridione, tornando al referendum, probabilmente cela (e mica tanto) un sintomo di insofferenza da non sottovalutare.Se Atene piange, Sparta non ride. Il centrosinistra esce decisamente bene dai seggi, eppure — al Nord come al Sud — non sembra ancora in grado di approfittarne. In primis perché non ha, o non ha ancora scelto un aspirante condottiero. Lo stesso Gaetano Manfredi, che guida l’Anci nazionale ed è sindaco della capitale del No, dunque un vincente potenziale, pur fiutando il vento («il dato politico è che c’è una maggioranza del Paese che vuole un cambiamento: bisogna fare in modo che questa maggioranza si trasformi in maggioranza politica alle prossime elezioni») continua a nascondersi dietro frasi di rito. Giocare a nascondino, però, non sempre è la migliore strategia. Si vedrà.

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