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“Loaded for bear” . Intervista a Bobo Craxi

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11.06.2026

Preoccupa sempre quando si accende un focolaio, sia nell’area balcanica che in quella medio orientale, segnatamente nel quadrante libanese. Sono vulcani della storia che presto o tardi produrranno nuove eruzioni

“Loaded for bear” è una tipica espressione americana che sembra calzare l’attuale situazione: essere preparati ed equipaggiati per le sfide. Mentre le scuole chiudono e si preparano per il più o meno meritato riposo, la politica estera non rimane sospesa come le vacanze. In mezzo a un mare tempestoso, abbiamo l’opportunità di intervistare Bobo Craxi, ex sottosegretario agli esteri con delega ONU del secondo governo Prodi ed esperto di esteri nella segreteria nazionale del PSI.

Che vuol dire sovranità oggi in un mondo globalizzato, e non intendiamo sovranismo che, sventolato come logo populista, potrebbe essere un modo di attirare i voti? È una reazione abbastanza naturale quella dei popoli che sentendosi aggrediti si rifugiano nella propria identità o tradizione. Tutte le fragilità prima o poi finiscono per ripararsi nella spiritualità e nel nazionalismo. È un elemento che considero conservatore ma che tuttavia ha un suo profilo di legittimità, oltre che di ragionevolezza di fronte alle crisi della globalizzazione, che ha finito per agevolare una forma di capitalismo autoritario che le grandi nuove potenze incarnano assai meglio di altri. In questo quadro i limiti della sinistra tradizionale e della social democrazia si mostrano tutti. Anche nel nostro campo scorrazza un certo populismo. Tradotto in soldoni, promettere tutto a tutti senza riuscire a mantenerlo.

Da poco hanno ripreso i bombardamenti in Medio Oriente e la protesta in Albania continua, segnale che lì fuori c’è burrasca anche se nella routine quotidiana non ci si accorge. Cosa bolle veramente in pentola con l’ordine e il diritto internazionale sconvolti? Mi preoccupa sempre quando si accende un focolaio, sia nell’area balcanica che in quella medio orientale, segnatamente nel quadrante libanese. Sono vulcani della storia che presto o tardi produrranno nuove eruzioni.  In concreto, lo sviluppo impetuoso del turismo in Albania ha condotto anche a scelte che si sono rivelate politicamente scomode come la concessione dell’isola di Sazan.  La verità è che il controllo della sponda adriatica dell’est è anche un fattore strategico che i russi han perso alla fine della guerra fredda e che sarebbero ben lieti di riacquisire. Ma non penso avverrà. Per ciò che riguarda il Libano, c’è un divario tra ciò che Israele sostiene di fare per incrementare la propria sicurezza che finisce per tentare di aumentare i loro confini in modo sproporzionato. Ora in questo, come nel caso della vicenda del sud (Gaza), la soluzione tampone continuo a vederla soltanto nella presenza più massiccia di forze di interposizione internazionali. Il governo libanese non riuscirà a disarmare la milizia di Hezbollah, si trattano pur sempre di connazionali in armi, e Israele non riuscirà a sconfiggerla militarmente. Mentre è stato possibile annientare e distruggere Gaza sarebbe ancora più drammatica l’amputazione dello stato libanese, che ha costruito nella sofferenza un difficile equilibrio interreligioso ed uno stato nazionale unito entro confini certi e riconosciuti internazionalmente. Per la Palestina, nonostante i risultati conseguiti i primi del 2000, questa strada si è fatta molto più difficile e drammatica. Questo, nonostante il vasto sostegno internazionale ricevuto

Una cosa è la critica a sé, altra la coscienza critica. Due temi incuriosiscono in modo particolare: il tentativo di ‘colonizzazione’ delle risorse in un’ottica più mercantile, e il futuro dell’Europa tra il nuovo ordine di ‘imperi’. I cittadini italiani si sentono meno considerati dalle istituzioni europee rispetto a prima. Su quest’ultimo punto aggiungo che a un certo punto anche Bettino Craxi, da europeista convinto, si domandava verso quale forma di Europa muoverci? Nel momento più solenne per l’Europa, che concise con la fine della guerra fredda e l’avvio del processo di integrazione attraverso il Trattato di Maastricht, l’Europa politica entrò in crisi. Le grandi forze popolari democratiche europee (cristiano democratiche e socialiste) entrarono in una crisi così come le loro classi dirigenti. Per questa ragione e non altre, si avviò un processo di unità che non posò la prima pietra per edificare il grande edificio democratico europeo ma piuttosto si ridusse a coniare la prima moneta. Qui risiede la critica politica di Bettino Craxi nel 92 che passò da una posizione europeista a considerazioni eurocritiche. Ma questo nulla ha a che vedere con il capriccioso e reiterato sovranismo identitario a cui vorrebbero ridurre le destre europee il nostro continente.

Quindi come muoversi adesso?

Naturalmente ci sono delle priorità, se non delle vere e proprie emergenze sulle quali le maggiori potenze europee cercano di dare risposte anche se a molti non piacciono.  Tuttavia, a me appaiono molto più convincenti che non l’immobilismo o l’indifferenza (vedi Ucraina ed anche parzialmente la Palestina). Il passo istituzionale necessario è ridefinire non solo il funzionamento dell’Unione che abbiamo visto paralizzata dal vincolo dell’unanimità ma far crescere e riformare l’architettura istituzionale.  Ovvero ridefinire, attraverso un voto costituzionale europeo, funzioni e limiti della federazione.  La devoluzione verso l’alto che è avvenuta, passo dopo passo, deve allargare e non restringere la dimensione delle nostre democrazie. Mentre, invece, noi italiani ci siamo comportati diversamente. Il risultato come abbiamo visto dopo il taglio dei parlamentari, l’abrogazione delle province, l’abolizione di fatto del voto di preferenza, è stato la diserzione o l’abbandono progressivo dei cittadini verso le urne. Questo ci........

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