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Come sbarazzarsi di un “capo” tossico e vivere felici

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27.04.2026

“La leadership tossica è caratterizzata da comportamenti continui, nascosti o palesi, che minano la motivazione, la produttività e il benessere dei lavoratori. Gli effetti includono un elevato turnover del personale, morale basso, aumento dello stress…”.

Avete un capo un po’ str…no? Infinite le varianti (anche di genere). Un dirigente scolastico rompi. Un direttore sanitario scassa. Un ceo che nasconde l’insicurezza con una rude arroganza? Tanto che ogni giorno ve ne tornate a casa con l’ulcera e l’autostima sottoterra, ma mentre sulla metro vi spiaccicano come francobolli, tonni nella mattanza e ricacciate indietro una furtiva lacrima, sapete bene che non avete scelta, perché le rate del mutuo della casa vi sbranano, quelle dell’auto arrivano d’improvviso, come se tendessero agguati e i figli ordinano online senza mai chiedere prima.

“Un cattivo capo è come una malattia dell’anima”, Chetan Baghat.

Qualcuno dirà (si fa per dire): ci sono mezzi più sbrigativi e finanche definitivi, solo che la legge avrebbe da ridire, però restare nella cornice urbana mette a dura prova le nostre coronarie, anche se qualche “mortacci tua” ogni tanto ha valore altamente terapeutico.

“I dirigenti dell’hotel in cui lavoravo come quadro mettevano tutti i reparti l’uno contro l’altro”.

La psicologa canadese Laura Hambley Lovett ci è passata e memore delle sofferenze indicibili provate, ricordi che ogni tanto riaffiorano come ispidi iceberg e cosciente della condizione naturale dell’uomo del III Millennio, ha deciso di venire in suo soccorso mettendo su carta strategie e tattiche per affrontare il Leviatano, tesi, antitesi e sintesi sperimentate sul campo e donarle ai contemporanei la cui colpa grave è di essere fuorusciti dalla boscaglia ed essersi fatti urbanizzare, sebbene in modo coatto.

E’ il background di “Come sopravvivere a un capo stro**zo” (Manuale di autodifesa per salvare carriera e salute mentale), ON, Milano 2026, pp. 254, euro 17.90.

“Anil era furioso per il fatto di dover lavorare un altro giorno per il suo capo tossico…”.

Novella Virgilio, la psicologa (poi divenuta imprenditrice, autrice e conduttrice di podcast), ci guida per mano, con una modulazione venata di ironia leggera ma anche amara, nella selva oscura, una geenna ove è pianto e stridor di denti, facendoci capire a ogni snodo che se non si è vaccinati, immunizzati, mitridizzati, il rischio è di soccombere e di ritrovarsi carriera bloccata, dall’analista, il 118 sulla porta del palazzo e magari un cartone steso sotto i ponti e in fila per uno alla mensa della Caritas.

“Kaleem si era messo in malattia per sfuggire a un capo tossico che, tra le altre cose, era un corruttore immorale. Era esaurito e la sua autostima era a pezzi…”.

Vai avanti nelle pagine e le ragnatele ti cadono dagli occhi: ti ricordi il gossip sul tuo capo, si diceva che non è manco laureato, mentre tu ti sei fatto il mazzo sui libri, hai il master e il dottorato di ricerca. Ti ricordi di essere stata sostituita, of course, a quell’importante convegno internazionale non a causa del low budget, ma perché accreditò l’ultima assunta, di cui si diceva fosse l’amante. Finirete col dare credito al pettegolezzo da ascensore su come la “capa”, che pure è venuta dopo di te, ha fatto carriera, mentre tu sei ancora ferma al primo step.

“Marsha era a pranzo con un’amica e notò la sua capa seduta poco distante con i suoi due preferiti. Marsha era stata esclusa, come sempre”.

Un libro colmo di analisi socio-antropologiche inconfutabili, aspre, maturate sul campo, ma anche di intuizioni e di “dritte” per chi non si arrende al darwinismo paradigmatico, al mors tua vita mea del tempo di Seneca, per chi ha scelto di resistere (anche perché se scappi puoi finire peggio: i capi tossici sono una specie più tenace della gramigna, che si riproduce velocemente e senza talee) e vuole salvarsi la carriera, e la vita.


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