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Iran: i Curdi in campo per il regime change?

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04.03.2026

La difesa NATO ha intercettato e distrutto sul Mediterraneo un attacco areo portato dall’Iran contro la Turchia. La portaerei francese Charles De Gaulle ha raggiunto Cipro. L’esito del conflitto sembra allontanarsi mentre le opzioni della guerra si riducono e si avvicinano. Tra i suoi possibili esiti salgono le quotazioni del cambiamento di regime. Le posizioni si radicalizzano. Ieri l’Assemblea degli Esperti avrebbe nominato al ruolo di Guida Suprema Mojtaba Khamenei figlio dell’ayatollah ucciso dai bombardamenti statunitensi-israeliani. Secondogenito di Alì Khamenei, Mojtaba, 56 anni e un passato nell’esercito -militò tra l’altro giovanissimo nella guerra contro l’Iraq-, è stato scelto per le pressioni esercitate dalla Guardia Rivoluzionaria del regime e dalle milizie paramilitari Basij. Il padre lo aveva escluso dalla successione: il suo nome non compariva nella lista delle tre potenziali guide designate dal genitore lo scorso anno. La sua nomina attesterebbe la volontà di un irrigidimento del vertice politico iraniano.

Boots on the ground La CIA starebbe addestrando i gruppi armati curdi sul confine tra Iran e Iraq per accelerare le operazioni sul terreno. Il presidente degli stati Donald Trump ne avrebbe discusso con Mustafa Hijri, leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDPI). Il progetto sarebbe quello di impegnare i pasdaran in azioni di guerriglia favorendo così la possibilità per la popolazione iraniana di manifestare contro il regime e di provocarne la caduta. Ciò potrebbe avvenire sia per una presa d’atto da parte del Consiglio ad interim del regime, che continuerà probabilmente ad affiancare il nuovo leader supremo, del venir meno di ogni margine di resistenza di fronte agli attacchi militari e alle proteste popolari, sia perché le residue forze armate iraniane potrebbero venire sconfitte sul campo, costrette dai curdi a uscire dai rifugi dove sono asserragliate e dai quali compiono rapide sortite solo per raggiungere i lanciatori di missili e droni. Dall’azzeramento dei vertici politico-militari avvenuto il primo giorno di guerra quando Alì Khamenei è stato ucciso assieme ad alcuni dei suoi più stretti collaboratori, l’organizzazione dei pasdaran e della forza paramilitare Basij si è suddivisa in gruppi che agiscono in differenti aree del Paese in modo da poter mantenere su di esse un controllo, al tempo stesso offrendo un target più difficile da colpire. Certo è che Trump ha bisogno di una accelerazione delle operazioni: lo scontento negli Stati Uniti sta lambendo anche il suo cerchio magico e rischia di allargarsi in maniera trasversale.

Il ruolo dell’Italia L’Italia sta considerando la possibilità di inviare nel Golfo Persico i sistemi di difesa aerea e anti-drone Samp-T. Questa mattina dalla Stazione Navale base NATO di Sigonella è partito verso il Golfo un drone Triton della Marina americana. Questo tipo di drone -spiegano gli esperti di monitoraggio militare nel Mediterraneo- esegue missioni ISR di Intelligenza, Sorveglianza e ricognizione Congiunta in concomitanza con le operazioni della portaerei USS Abraham Lincoln all’ingresso del Golfo di Oman. Capaci di grande autonomia di volo i droni Triton che partono da Sigonella integrano la sorveglianza marittima svolta dai satelliti e dal pattugliamento aereo, diminuendo grazie alla maggiore distanza dal teatro di guerra la possibilità che venga colpita la propria piattaforma di lancio e le infrastrutture militari di supporto e controllo.

Un altro falso? In America circola da ieri la voce secondo la quale l’inviato speciale degli Stati Uniti in medio Oriente Steve Witkoff avrebbe falsificato gli esiti dell’ultimo round di incontri fra le delegazioni americana e iraniana per evitare il conflitto: gli iraniani sarebbero stati sul punto di cedere alle richieste americane. Una ricostruzione, questa, che appare poco credibile e che cerca di avvalorarsi facendo presa sulla memoria della famosa pistola fumante che portò all’intervento contro l’Iraq di Saddam Hssein.

Fuori o dentro Questa mattina mercoledì 4 marzo il premier spagnolo Sanchez si è lamentato della mancata solidarietà del cancelliere Merz ieri in visita a Washington mentre il presidente Trump dopo aver insultato l’Ucraina, minacciava la Spagna di sospendere tutti gli scambi commerciali per non aver concesso l’utilizzo delle basi militari. La polemica intereuropea impatta sul conflitto in Iran. Proprio nel momento in cui la guerra sta mettendo i Paesi dell’Unione Europea e le loro forze politiche di fronte a una opzione radicale e in ogni nazione dell’UE maggioranze e opposizioni politiche sono chiamate a compiere una scelta unitaria, dettata non solo dagli interessi nazionali ma da quelli del più ampio contesto politico in cui i Paesi europei sono integrati. Tirarsi fuori dagli avvenimenti trincerandosi dietro la difesa ideale del diritto internazionale, o impegnarsi concretamente ora a difesa di Cipro, Paese dell’Unione Europea, oltre che a sostegno dei Paesi del Golfo attaccati dal regime iraniano, e che chiedano aiuto, e del popolo massacrato di quel Paese che lo chiede da anni, cominciando a ristabilire le condizioni del diritto internazionale. La seconda opzione rafforzerebbe il processo di unità federale europea rilanciando verso quell’orizzonte il ruolo del pacchetto di testa dei Paesi UE, oggi ancora limitato ai Volenterosi. Per intervenire poi subito, appena le condizioni lo consentano, e con peso decisamente diverso da quello avuto finora, nel negoziato mai veramente aperto che deve riguardare la questione palestinese, con lo scopo innanzitutto di evitare la liquidazione dell’identità nazionale di quel popolo.


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