Il caso di Nada Cella: dal delitto alla condanna, la lunga strada verso la verità
Il 6 maggio 1996, nello studio di un commercialista in via Marsala a Chiavari, in provincia di Genova, la giovane segretaria Nada Cella venne barbaramente uccisa. Aveva 24 anni. Il suo corpo fu trovato in un lago di sangue dal titolare dello studio, Marco Soracco. Per anni, quel delitto è rimasto senza un colpevole, sospeso tra piste abbandonate e verità mai del tutto emerse. Le indagini iniziali si concentrarono proprio su Soracco, che però venne presto escluso come responsabile dell’omicidio. In quei giorni comparve anche un altro nome: quello di Anna Lucia Cecere, all’epoca insegnante. Due testimoni dissero di averla vista uscire in fretta dal palazzo subito dopo il delitto. I carabinieri la intercettarono mentre cercava un avvocato e, durante una perquisizione, trovarono alcuni bottoni molto particolari, simili a quello rinvenuto accanto al corpo della vittima. Nonostante questi elementi, la pista venne giudicata poco solida e archiviata dopo appena cinque giorni. Il caso, così, scivolò lentamente nel silenzio, diventando uno dei tanti delitti irrisolti della cronaca italiana. La svolta è arrivata molto tempo dopo, grazie all’intuizione della criminologa Antonella Delfino Pesce. Studiando gli atti, notò un dettaglio rimasto in ombra: il Dna trovato sulla scena del crimine era femminile. Da lì la decisione di approfondire proprio la pista che, anni prima, era stata scartata. Nel 2021 le indagini sono state riaperte. Nuovi testimoni sono stati ascoltati, vecchi ricordi sono stati recuperati. Non è stato un percorso lineare. In una prima fase, la giudice per l’udienza preliminare aveva chiesto il non luogo a procedere, ritenendo insufficienti gli elementi a carico di Cecere. Ma la Corte d’Appello ha ribaltato quella decisione, disponendo il rinvio a giudizio e aprendo la strada al primo vero processo mai celebrato per l’omicidio. Il 15 gennaio 2026 è arrivata la sentenza di primo grado: Anna Lucia Cecere è stata condannata a 24 anni di carcere per omicidio volontario. I giudici hanno riconosciuto l’aggravante dei futili motivi, ma non quella della crudeltà. Secondo l’accusa, Cecere avrebbe ucciso Nada Cella perché innamorata di Soracco e gelosa della giovane segretaria, vista come una rivale sia sul piano personale sia su quello lavorativo. Marco Soracco è stato invece condannato a due anni per favoreggiamento. Una decisione che lo stesso commercialista ha detto di non aspettarsi, annunciando ricorso in appello. Al momento della lettura della sentenza, Cecere non era presente in aula. La notizia è arrivata invece alla madre di Nada, Silvana Smaniotto, rimasta a casa per motivi di salute. “Ce l’abbiamo fatta”, ha detto tra le lacrime, secondo quanto riferito dalle legali della famiglia. Una frase semplice, che racchiude quasi trent’anni di attesa.
