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L’eredità di Umberto Bossi: oltre il commiato, il peso della storia

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​Di fronte alla scomparsa del fondatore della Lega, l’Italia oscilla tra l’indulgenza del lutto e il dovere della memoria. Ma tra il “Senatur” e il “Santino” corre il confine invalicabile dei fatti, delle sentenze e di un’idea di Paese che ha cambiato pelle.

​​La morte, nel suo silenzio definitivo, porta con sé una sorta di amnistia sociale, un velo di pietà che spesso tende a opacizzare i contorni più spigolosi di una biografia. È un riflesso condizionato, quasi ancestrale: il rispetto per l’uomo che se ne va finisce per sfumare la nitidezza della sua opera pubblica, trasformando la complessità tridimensionale di una vita politica in un’iconografia rassicurante, bidimensionale, priva di ombre. Tuttavia, se il sentimento umano impone il silenzio del cordoglio, l’etica civile e il rigore storiografico esigono la parola. Perché la storia, quella vera, non si scrive con l’inchiostro della commozione passeggera, ma con quello indelebile della verità documentata. Umberto Bossi non è stato un semplice leader di partito; è stato il demiurgo di una narrazione potente e lacerante che ha scosso le fondamenta stesse dello Stato unitario. Ma oggi, mentre il cerimoniale del lutto procede spedito, diventa un dovere civile distinguere il rispetto umano per il defunto dalla cronaca impietosa del suo operato politico.

​Bossi è stato il teorico di un’Italia gerarchica, fondata sulla retorica dell’esclusione. La sua Lega Nord non è nata semplicemente come una legittima istanza di decentramento o una critica al centralismo burocratico; è nata come un progetto identitario costruito sulla contrapposizione frontale e sistematica. Da una parte il Nord laborioso, “motore d’Europa”, dall’altra un Sud descritto come zavorra parassitaria. In questo schema, la cittadinanza non era più un diritto universale, ma un privilegio basato sulla latitudine, dividendo il Paese tra cittadini di “serie A” e cittadini di “serie B”. Il suo linguaggio, spesso sdoganato dai media come “popolano”, “ruspante” o “genuino”, ha in realtà inoculato nel discorso pubblico un livore senza precedenti. La politica, sotto la sua egida, ha smesso di essere il luogo del confronto per farsi arena dell’insulto, della minaccia e dell’istigazione razziale. È stata una vera e propria mutazione genetica del dibattito nazionale che ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale, normalizzando la discriminazione e trasformandola in uno strumento di consenso elettorale cinico ed efficace.

​Non è possibile tracciare un profilo intellettualmente onesto di Umberto Bossi omettendo il suo lungo, dettagliato e documentato curriculum giudiziario. Non si tratta di accanimento postumo o di parzialità ideologica, ma del dovere di rileggere i fogli matricolari di un’epoca che ha segnato profondamente le istituzioni repubblicane. La sua parabola è costellata di passaggi nelle aule di tribunale che hanno lasciato tracce indelebili: dalla condanna definitiva a 8 mesi per finanziamento illecito nel processo Enimont — una tangente che svelò come la “Lega dura e pura” fosse già integrata nei meccanismi della Prima Repubblica che diceva di voler abbattere — fino alle condanne per vilipendio al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e per istigazione a delinquere. La sua carriera è stata una sfida costante e spregiudicata alle regole democratiche e ai simboli della nazione, quegli stessi simboli che pure era chiamato a onorare e proteggere dai banchi del Governo e dai ministeri che ha occupato.

​In questo percorso emerge il paradosso più stridente e amaro della sua intera parabola politica: quella traiettoria che, senza soluzione di continuità e con una naturalezza disarmante, ha trasformato il grido di battaglia contro “Roma ladrona” nell’amara realtà della “Lega ladrona”. Il passo è stato incredibilmente breve e privo di sussulti etici: la retorica della purezza territoriale, brandita per decenni come un’arma morale per liberarsi dal centralismo corrotto della Capitale, si è infranta fragorosamente contro lo specchio di una gestione del partito che ha replicato, se possibile in modo ancor più grossolano, quegli stessi schemi clientelari e predatori. La “diversità” leghista si è sciolta al sole del potere, rivelando una gestione delle risorse pubbliche che non aveva nulla da invidiare ai sistemi che Bossi aveva giurato di voler radere al suolo.

​Forse la pagina più dolorosa per la sua base elettorale, per quella gente comune che in lui aveva visto un redentore, è stata proprio quella dell’appropriazione indebita e della truffa ai danni dello Stato nel filone sui rimborsi elettorali. L’utilizzo sistematico di soldi pubblici per spese personali della “family” e la successiva vicenda che ha portato alla confisca di decine di milioni di euro dalle casse del partito hanno mostrato un volto del potere tragicamente distante dalla “verginità” sbandierata con orgoglio sui palchi di Pontida. Questi non sono giudizi politici, ma fatti accertati; sono sentenze passate in giudicato che definiscono un metodo di gestione della cosa pubblica che non può e non deve essere cancellato o edulcorato dal lutto. La verità giudiziaria resta un pilastro su cui la storia deve poggiare il suo giudizio finale.

​L’alleanza con Silvio Berlusconi, infine, non è stata una semplice manovra tattica per vincere le elezioni, ma l’atto di nascita della politica italiana contemporanea così come la conosciamo oggi. Insieme, i due leader hanno trasformato l’anomalia in sistema, il populismo in prassi di governo. Portando le istanze più radicali e secessioniste nelle stanze dei bottoni, Bossi ha istituzionalizzato il linguaggio della rottura e un rapporto spregiudicato con il potere esecutivo, rendendo accettabile, se non addirittura auspicabile per una parte del Paese, ciò che prima era considerato intollerabile e ai margini di una democrazia liberale. Questa operazione di “normalizzazione” ha cambiato profondamente il DNA politico e culturale dell’Italia, lasciando in eredità un clima di contrapposizione permanente, di odio per l’avversario e di erosione dei pesi e contrappesi istituzionali che ancora oggi condiziona il nostro presente.

​Un Paese serio non ha bisogno di eroi di carta, né di “santini” creati ad arte per scopi di opportunismo politico o per placare le coscienze. Un Paese serio ha bisogno, soprattutto, di memoria. Riconoscere l’importanza storica di Umberto Bossi è un atto doveroso: egli ha saputo intercettare un malessere profondo, ha dato voce a una provincia che si sentiva dimenticata e ha cambiato radicalmente la geografia del potere in Italia. Ma celebrare l’uomo senza avere il coraggio di ricordare le sue condanne, le sue gravi colpe politiche e il veleno che ha instillato per anni nel dibattito nazionale non è una forma di rispetto: è un esercizio di amnesia collettiva. Oggi non si manca di rispetto a un uomo che non c’è più se si sceglie di raccontarne anche le ombre più fitte. Si manca di rispetto ai vivi, alla dignità delle istituzioni e alla verità storica, se si decide deliberatamente di dimenticarle.


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