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In morte di Umberto Bossi, apostolo del federalismo e suo demolitore

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In morte di Umberto Bossi, apostolo del federalismo e suo demolitore

Con la morte di Umberto Bossi giovedì ha lasciato la scena di questo mondo il promotore del terzo grande tentativo fallito di dare forma federale all’unità politica dell’Italia.

Il primo fu nel Risorgimento, quello che trovò espressione da un lato, come noto, in Carlo Cattaneo e dall’altro in Antonio Rosmini che nel 1848 pubblicò una proposta di Carta costituzionale «secondo la giustizia sociale». Nella Carta si delineava una Confederazione italiana con un re (se in forma monarchica) o un presidente (se in forma repubblicana), con Roma come sede di una Dieta nazionale presieduta dal Papa. Un’entità federale basata sugli «inviolabili diritti di natura e di ragione», sulla separazione dei poteri, e su un forte sistema rappresentativo. Il secondo fu quello che, dopo una timida emersione in sede di Assemblea costituente, negli anni Cinquanta del secolo scorso trovò il proprio esponente di maggior rilievo in Adriano Olivetti, fondatore del Movimento di Comunità.

L’uno venne spazzato via da Cavour che nel processo di formazione dello Stato italiano giocò con successo la carta del centralismo che i Savoia, affacciandosi in Italia, avevano portato con sé dalla Francia. L’altro venne spazzato via dalla Dc di Alcide De Gasperi e di Giulio Andreotti che, ignorando istanze federaliste provenienti pure dall’interno del mondo cattolico, anche sotto la pressione delle urgenze della Guerra fredda, scelse di non mettere in discussione il centralismo sabaudo che il fascismo aveva ulteriormente rafforzato. Si limitò piuttosto a cercare di temperarlo con il modello, finora dimostratosi sostanzialmente vano, dello “Stato regionale”.

Il ministero “tolto” a Gianfranco Miglio

Il terzo grande sforzo, quello appunto che ebbe il proprio antesignano in Umberto Bossi, fondatore nel 1989 della Lega Nord, venne poi vanificato dallo stesso Bossi che dal 1994 di fatto abbandonò il progetto federale imboccando la strada del tentativo, sinora complessivamente sterile, di ritagliare una significativa autonomia alle Regioni nel quadro dello status quo. Da allora in poi infatti la questione, pur venendo messa a tema di eventi di grande impatto mediatico, come nel 1996 il pellegrinaggio di Bossi dalla sorgente del Po a Venezia, uscì di fatto dall’agenda politica della Lega.

La svolta coincise con la rottura dei rapporti con Gianfranco Miglio, professore dell’Università Cattolica, politologo grande sostenitore del federalismo, che dal 1990 collaborava con lui. Miglio aveva elaborato un progetto organico di trasformazione – presentato nel 1993 al congresso della Lega Nord ad Assago – dello Stato italiano in una federazione di tre grandi cantoni (del Nord, del Centro e del Sud) più le cinque Regioni a statuto speciale, che restavano quelle che già sono.

Quando, dopo le elezioni del 27-28 marzo 1994, si formò il primo governo Berlusconi, che entrerà poi in carica l’11 maggio 1994, ci si attendeva che Miglio vi entrasse come ministro per le Riforme istituzionali con l’obiettivo di avviare la trasformazione dello Stato italiano nel senso da lui indicato al congresso della Lega Nord del 1993. Gli venne invece preferito Francesco Speroni, persona senza alcuna specifica competenza in materia, che non aveva altro merito se non quello di essere un amico e collaboratore di Bossi dalla prima ora. Bossi disse di essersi dovuto piegare alle richieste di Silvio Berlusconi, leader del maggior partito della coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni, e di Gianfranco Fini, leader di Alleanza nazionale, che non volevano Miglio nel governo.

Bossi e la diffidenza del leader verso l’intellettuale

Essendo stato allievo di Miglio ed essendo allora in contatto con lui, come testimone prossimo degli eventi di quel periodo mi sento di affermare che alla base della vicenda ci fu l’insorgere di una – del tutto ingiustificata – diffidenza di Bossi nei confronti di Miglio. Proprio in quanto politologo, Miglio aveva un grande rispetto per il ruolo che il carisma ha in politica, e massima considerazione per il grande carisma di Bossi. Non mirava affatto perciò a mettere in ombra il capo della Lega, ma solo a collaborare lealmente con lui offrendogli tutto il supporto teorico che era necessario per procedere effettivamente sulla via della trasformazione in senso federale dello Stato italiano.

Scattò invece in Bossi la diffidenza del leader popolare verso il grande intellettuale, anche se poi in effetti non c’è tra i due una distanza incolmabile. A parlargli di persona, lontano dai microfoni, Bossi risultava infatti più colto di come appariva quando parlava in pubblico. Ci si accorgeva cioè che il suo comportamento in pubblico era anche una messa in scena.

Sta di fatto però che l’esclusione di Miglio da quel primo governo Berlusconi segnò la fine dell’impegno della Lega per il federalismo. In fondo fu quello il primo passo del cammino che ha portato infine la Lega a essere ciò che oggi è, ossia un partito di raccolta di molti e diversi disagi e scontenti, con un ruolo a destra in un certo senso simmetrico a quello che il Movimento 5 stelle ha nella sinistra.

D’altra parte Bossi era grandemente geloso del proprio ruolo di leader. Lo si vide di nuovo, e pure con gravi conseguenze, quando si lasciò convincere al “ribaltone” con cui nel dicembre 1994, per gelosia verso Berlusconi, causò la fine del suo primo governo vanificando l’esito delle elezioni vinte dal centrodestra all’inizio dell’anno.

E a noi resta il centralismo

Fatto sta che fino ad oggi lo Stato italiano conserva sostanzialmente il suo centralismo di matrice francese con la gestione centralizzata delle imposte (tra l’altro contraria alla sua Costituzione vigente), la legislazione fondamentale in tutti i settori, il monopolio statale dell’istruzione e della magistratura, la pretesa dell’uniformità nei più diversi ambiti; e alla radice di tutto l’idea che il potere politico centrale sia ipso facto il bene comune, e invece ogni altro soggetto e potere politico e non politico siano invece ipso facto espressione di interessi di parte.

Osservo infine – qui per inciso – che se da un lato così la spinta federalista si interruppe, dall’altro mai effettivamente si incrociò con l’altra spinta verso il superamento del centralismo delle istituzioni pubbliche italiane, quella che viene non dai territori ma dalla società in generale; e che tra l’altro si concretizza specificamente nella richiesta della rottura del monopolio statale della scuola, inventato dalla Rivoluzione francese e imposto ovunque ne sia giunto l’influsso. In sede politica l’unico che si mosse con efficacia in questa direzione fu Roberto Formigoni in Regione Lombardia, ma il passo successivo divenne impossibile quando Berlusconi dapprima gli promise ma poi gli negò la nomina a presidente del Senato e quindi un forte affaccio sulla scena politica nazionale.

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