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Umberto Bossi. Un’eredità politica che non può restare incompiuta
Con la scomparsa di Umberto Bossi, l’Italia perde una figura che ha segnato profondamente la storia politica della provincia di Varese, della Lombardia e dell’intero Paese.
Attraverso la sua azione politica ha saputo portare al centro dell’attenzione nazionale la questione settentrionale, in un tempo in cui il dibattito pubblico era quasi esclusivamente concentrato su quella meridionale. Lo ha fatto rivendicando con forza il valore del’autonomia e del federalismo, temi che hanno rappresentato il cuore della sua proposta politica. Inoltre, Bossi, nel suo modo provocatorio e a volte un po’ sgangherato, si è fatto interprete delle ragioni del Nord, in un Paese che dal 1946 ha lo Svimez per lo sviluppo del Mezzogiorno e gli studi sul meridionalismo, ma non ha ancora oggi un istituto per lo sviluppo e lo studio dei problemi del settentrione. Come se il Nord alla dimensione nazionale interessasse poco o nulla, salvo che continui a tirare la carretta dell’economia e garantisca il prelievo fiscale: i famosi 60 miliardi all’anno di residuo fiscale, cioè risorse prelevate alla sola Lombardia attraverso le tasse e poi spese altrove.
Una battaglia incompiuta
Il significato di questa battaglia va oltre la contingenza politica. Bossi non è stato solo un tribuno del Nord, ma un propugnatore del valore dell’autonomia, nelle sue varie declinazioni: locale, fiscale, sociale e politica. L’idea di autonomia affonda le sue radici in una tradizione più profonda, che richiama il municipalismo di Sturzo e, prima ancora, una visione della società fondata sulla centralità delle comunità locali e delle realtà che nascono dal basso. È l’idea che i territori debbano poter esprimere responsabilità e capacità di risposta, senza essere schiacciati da un potere centrale distante e impersonale. Da sempre, questa idea é uno dei pilastri dell’insegnamento sociale cristiano.
È anche per questo che, a distanza di decenni, quella battaglia resta incompiuta. L’autonomia è rimasta troppo spesso evocata più che realizzata e, ancora oggi, la cosiddetta “autonomia differenziata” di cui l’articolo. 116 3c. della Costituzione, rischia di essere ridotta a una parvenza vuota di reale contenuto, nonostante venga sbandierata da Salvini, Calderoli, ecc. come un grande cambiamento. È un segno evidente di quanto sia difficile, anche per chi si richiama a quella storia, tradurre davvero in pratica ciò che Bossi aveva posto al centro della sua visione politica.
Pur partendo da posizioni politiche diverse, e non essendo mai stato dei loro, ho visto la Lega nascere a Varese e seguito da vicino e fin dall’inizio tutta la parabola di Bossi e di chi gli è succeduto. Ne ho sempre rigettato le iperboli e gli eccessi, ma devo riconoscere l’importanza del contributo politico e del messaggio autonomista di cui si è fatta interprete. Al “Senatur” inoltre non posso non riconoscere un grande carisma e una straordinaria capacità di intercettare i sentimenti di una parte significativa della società, doti essenziali in politica.
La sua eredità più profonda sta proprio qui. Nel ricordarci che il tema dell’autonomia non è solo una questione istituzionale, ma una domanda politica e culturale ancora aperta. La domanda, oggi, con qualche dubbio legittimo, è se esistano eredi capaci non solo di richiamarsi a quella battaglia, ma di impugnarla fino in fondo e trasformarla in cambiamento concreto, senza arretrare verso forme di centralismo che la storia ha già dimostrato essere insufficienti.
Il modo migliore per onorarne la memoria sarà continuare a interrogarsi su questa eredità e dare continuità a un impegno che ha cambiato la storia della nostra terra.
Alla sua famiglia e ai suoi cari giunga il mio più sincero e sentito cordoglio. Ai suoi eredi politici la legittima domanda su chi oggi saprà raccoglierne il messaggio, la visione politica e la battaglia per l’autonomia e per il Nord.
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