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Social e Ai, «troppo facile dare solo la colpa agli algoritmi»

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03.04.2026

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Social e Ai, «troppo facile dare solo la colpa agli algoritmi»

Non ha bisogno di presentazioni, Antonio Palmieri: si occupa da sempre di comunicazione, prima in politica, con Silvio Berlusconi, e poi con la Fondazione Pensiero Solido Libro con cui continua a occuparsi di comunicazione, innovazione digitale e sociale e di intelligenza artificiale. Animatore instancabile di dibattiti sul tema, editorialista e saggista, ha scritto un libro che da un certo punto di vista va molto controcorrente rispetto alla narrazione di oggi che viene fatta su social, intelligenza artificiale e ruolo degli algoritmi.

Si intitola Non è colpa dell’algoritmo! (sottotitolo: Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale), è pubblicato da Egea e prova ad aggiungere qualcosa rispetto alla lamentela di fondo che viene fatta – spesso a ragione – sull’influenza delle piattaforme controllate dalle big tech. Un libro ancora più utile da leggere adesso che negli Stati Uniti due tribunali hanno condannato Meta e YouTube per avere consapevolmente creato dipendenza negli utenti più piccoli, con conseguenze gravi a livello sociale e di salute. In questo dialogo con Tempi Palmieri parte dall’osservazione per cui quando si parla di questo argomento si tende quasi sempre a essere pessimisti.

«È una narrazione assolutamente coerente con lo spirito dei tempi, che ha rinunciato alla fiducia e alla speranza. Non vuol dire essere ottimisti. Io non sono un ottimista, non ritengo che tutto andrà bene, se non in senso escatologico. Fiducia e speranza sono due motori che ti mettono in moto per raggiungere un obiettivo e che ti mettono in condizione di farlo anche con gli altri. La narrazione di oggi è che tutto andrà male e sicuramente andrà peggio. In questo contesto si colloca la lettura prevalente per cui se oggi leggo un articolo o un libro sui temi del digitale, alla fine ne esco demoralizzato, con un sensazione di impotenza e con dentro il seme del moralismo, per cui la colpa è di qualcun altro e io non voglio vivere così. E quindi da qui mi è venuta l’idea di scrivere il libro».

Nell’esperienza comune di chi naviga sui social, in particolare quelli della cosiddetta “generazione ansiosa” sembra invece che l’algoritmo abbia un potere enorme, e che dire “l’algoritmo non ha l’ultima parola” sia una frase che “funziona” però smentita dalla realtà.

L’algoritmo, le piattaforme e l’intelligenza artificiale generativa sono costruiti per essere un modello di intrattenimento e di trattenimento. Che però non è coatto, nel senso che non c’è un meccanismo che ci vincola per forza. La differenza vera oggi è tra consapevoli e inconsapevoli. Se uno è consapevole di questo meccanismo si mette nella posizione per poter decidere un po’ di più. Per questo dico che dobbiamo profilare il nostro algoritmo. Allora potrò anche stare un’ora a scrollare, ma scrollerò contenuti comunque utili per me, che in qualche misura avrò determinato io con la mia attività digitale. La narrazione corrente dice che è l’algoritmo a determinare tutto, ma tecnicamente non è così.

Tu fai una provocazione, e dici di dare i nostri dati alle big tech, fare in modo che sappiano tutto di noi, cioè che imparino anche da noi. Perché?

Io lo dico parlando dei dati usati per addestrare le intelligenze artificiali generative. Secondo me è utile e doveroso farlo, proprio perché se noi inondiamo di contenuti ben fatti e positivi le intelligenze artificiali generative e contribuiamo a poi fare in modo che esse, che per la maggior parte sono usati nella versione gratuita, quindi quella meno raffinata, restituiscano contenuti “buoni”, fatti bene, utili. Ho il desiderio di far diventare più ricchi di conoscenza tutti quelli che incappano in contenuti costruiti da me. La domanda che ogni di noi si deve fare è: sei sicuro che i tuoi contenuti siano utili? Se sì, condividili, così da migliorare gli output dell’intelligenza artificiale generativa per tutti.

Nel libro fai un elogio del pregiudizio e della fatica, due cose normalmente viste come negative. Perché?

La vera sfida dell’intelligenza artificiale generativa, e se vogliamo anche dei social, è quella di riscoprire chi siamo noi esseri umani, come siamo stati fatti, come siamo stati creati. Chi costruisce i chatbot e le piattaforme lo sa perfettamente, siamo noi che l’abbiamo dimenticato. E allora dobbiamo riappropriarci in primo luogo del fatto che siamo esseri relazionali, che siamo razionali ma anche fatti di emozioni, di pregiudizi, siamo esseri limitati e di conseguenza affrontiamo la realtà partendo sempre da un punto di vista circoscritto e specifico. Questo è un dato di natura ineliminabile. Chi vuole estirpare i bias altrui normalmente vuole imporre i propri.

Viviamo un tempo straordinario: la tecnologia ci consente di fare cose che prima solo gli scrittori di fantascienza avevano osato immaginare, ma soprattutto questo è il tempo che ci è dato di vivere, quindi per definizione lo dobbiamo rendere straordinario noi. Vivere gli strumenti del digitale impone la fatica di esercitare la libertà nelle micro scelte che facciamo ogni giorno, per questo parlo della differenza tra una libertà allenata e una libertà alienata, che è quella che ci consegna la narrazione dominante.

Ma l’intelligenza artificiale non rischia di travolgere anche la nostra libertà, soprattutto nel mondo del lavoro?

L’intelligenza artificiale non licenzierà nessuno, saranno gli esseri umani a licenziare gli altri esseri umani, facendo delle scelte che guardano unicamente ai numeri del bilancio anziché guardare alle persone. Soprattutto in un tessuto come quello italiano sono le micro scelte, l’uso della libertà che faranno manager e imprenditori, che determineranno se avremo anche l’inverno demografico del lavoro oppure se convivranno soprattutto le nuove generazioni in azienda, aiutate dall’intelligenza artificiale e non invece escluse perché tanto il chatbot costa meno e soprattutto è meno faticoso nella relazione. Ecco perché non la chiamo più intelligenza artificiale generativa e conversazionale, ma relazionale. Perché la conversazione ha un’accezione neutra, positiva, non pericolosa, una relazione può anche essere tossica e pericolosa.

Viviamo in un tempo in cui tutto è polarizzato, o bianco o nero, in cui ogni opinione diversa dalla mia genera scontri, soprattutto virtuali. E tu nel libro suggerisci di seguire chi non la pensa come noi. Non è un paradosso?

È proprio qui che sta lo sforzo educativo. È vero che i social cu fanno sentire come allo stadio, dove anche gli insospettabili diventano delle furie scatenate, però, anche qui, nessun algoritmo ci obbliga a comportarci così. Nessun algoritmo può premere per me il tasto “pubblica” di un post di insulti a te, lo posso fare solamente io, è una mia scelta. Ho in mente il lavoro di Bruno Mastroianni e altri che stanno lavorando nelle scuole, cercando di far recuperare l’arte del dibattito, insegnando che puoi confrontarti con chi non la pensa come te. Ecco perché il primo suggerimento per allenare la libertà è quello di seguire chi non la pensa come te: naturalmente, anche in questo caso, facendo fatica, perché devi scegliere quelli bravi, non quelli scarsi. Devi scegliere i più bravi, così metti alla prova le tue convinzioni e anzi impari a dare ragione della tue opinioni.

Per avere questa educazione, scrivi, serve un ruolo diverso, più consapevole, della scuola, dei genitori e della comunità, che sono tre entità molto in crisi in questo momento. In questo senso non sei un po’ troppo ottimista?

Rivendico con orgoglio il fatto di non essere ottimista, però – come dico citando Jovanotti nella conclusione, e sembrando un po’ Sam con Frodo ne Il Signore degli anelli – c’è del buono in questo mondo: ci sono tante persone che hanno solo bisogno di sentirsi dire che non sono sbagliate perché si comportano bene e perché insegnano ai loro figli a comportarsi bene. Mentre anche in questo caso la narrazione dominante, essendo a senso unico, ti fa percepire sbagliato anche se ti comporti bene, oppure ti fa percepire minoranza estrema e solitaria, quasi come Don Chisciotte. E invece no, cioè serve chi dica: guardate, è possibile farlo. Il mio libro vuole essere appunto un’iniezione di fiducia e di speranza per queste persone, per queste comunità che pure ci sono, per tutti coloro che non si rassegnano all’idea che la partita sia persa. Ecco, è un libro per chi non è rassegnato.

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