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«I grandi sconfitti della guerra sono il popolo iraniano e l’Europa»

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11.04.2026

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«I grandi sconfitti della guerra sono il popolo iraniano e l’Europa»

«I due grandi sconfitti della guerra sono la popolazione iraniana e i traffici europei. Perché se lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, le conseguenze non sono le stesse per gli Stati Uniti e per l’Europa». Commenta così a Tempi la «fragile» tregua di due settimane raggiunta da Stati Uniti e Iran Mario Mauro, già ministro della Difesa e vicepresidente del Parlamento europeo e oggi coordinatore Ue per i corridoi di trasporto del Mar Baltico, del Mar Nero e del Mar Egeo. Lo Stretto di Hormuz, dal quale transita il 20 per cento del mercato mondiale di gas e petrolio, non è ancora stato riaperto, se non parzialmente, a causa del protrarsi dei bombardamenti israeliani in Libano. In futuro Teheran, in violazione della Convenzione Onu sul diritto del mare, potrebbe applicare un “pedaggio” di un milione di euro sul transito delle navi. Ne parleranno le delegazioni americana e iraniana a partire da oggi a Islamabad, ma Mauro è scettico: «Io aspetterei a immaginare scenari a lungo termine».

Pensa che la tregua non reggerà?Donald Trump ha bisogno di una exit strategy che gli dia respiro in vista delle elezioni di midterm. Ma la tregua è fragile e non è facile che possa diventare una vera pace. La questione insoluta della postura di Israele in Libano e il fatto stesso che la maggior parte dell’apparato bellico americano sia rimasto sul posto fanno capire che i primi a essere titubanti verso il buon esito delle trattative siano proprio le parti in conflitto.

La mediazione del Pakistan non è stata efficace?Il Pakistan ha fatto il massimo, agendo di concerto con la Turchia. Il comune riferimento in chiave ideologica a branche della Fratellanza musulmana hanno permesso ai leader dei due paesi di mettere a fuoco un interesse strategico: impedire che venissero pregiudicati i legami tra questa parte del mondo e la Cina. Il Pakistan, che rimane quell’alleato ambiguo degli Stati Uniti che conosciamo, era forse l’unico paese in grado di proporre una mediazione credibile.

Gli Usa si sono fermati, ma Israele continua a bombardare Hezbollah in Libano. Perché?Gli interessi di Washington e Tel Aviv in questo momento non convergono. Israele insiste a voler eradicare la presenza di Hezbollah e ad ampliare i propri confini, mettendo un’ipoteca sul sud del Libano. Trump invece ha bisogno nel breve termine di porre fine al conflitto in vista delle elezioni. Per quanto riguarda il lungo periodo, invece, bisogna dire che il presidente americano non ha mai messo davvero a fuoco gli obiettivi della missione in Iran. L’interesse Usa è sbandierato sempre più spesso come concetto, ma resta nebuloso in questo caso. Mi pare che lo sport preferito di Trump sia quello di alienare le relazioni con i propri alleati storici.

Gli Usa volevano ottenere il regime change in Iran. Ma il sistema repressivo degli ayatollah è ancora intatto.La speranza che era nel cuore di tutti, la caduta del regime islamico in Iran, è andata pienamente delusa. L’opposizione iraniana ha presa in modo trasversale sulla società civile, ma non ha nessuna consistenza dal punto di vista delle capacità militari per rovesciare un regime. Quindi il quadro descritto a Trump dall’intelligence israeliana sulla possibilità della popolazione di organizzare una sommossa non trovava un riscontro nella realtà, anche se il problema della mancanza di libertà in Iran sotto gli ayatollah è sentito e reale.

A che cosa è servito allora questo conflitto dal punto di vista americano?Gli Usa, con il sostegno di Israele, sono riusciti a decapitare una vasta fetta della leadership iraniana e a degradare la capacità militare del paese. Ma il sistema di potere iraniano è diverso dalla leadership di un autocrate senza un reale seguito. La macchina burocratica e militare dell’organizzazione dei pasdaran e la filosofia sciita che regge le sorti del governo degli ayatollah trovano terreno fertile nella società. A pagare il fio della capacità del regime di rinnovarsi sarà dunque la popolazione civile, proprio quella che si diceva di voler aiutare con questo conflitto.

Il popolo iraniano è il grande sconfitto di questa guerra?Sì, ma c’è un secondo sconfitto: il destino dei traffici europei. Se chiude lo Stretto di Hormuz, infatti, le conseguenze per gli americani e per gli europei non sono le stesse. In ogni caso bisogna aspettare a immaginare scenari a lungo termine, perché la tregua è fragile e non è detto che regga.

Che cosa ci dice dell’evoluzione del trumpismo l’utilizzo di minacce apocalittiche da parte del tycoon, come quella con cui pochi giorni fa ha minacciato l’Iran: «Un’intera civiltà morirà stanotte»?Qui c’è una contraddizione in termini. Trump non può pensare di continuare a proporsi come paladino di una democrazia occidentale, come quella americana, che avrà molti difetti ma che rappresenta comunque un punto di riferimento per il pensiero occidentale, e poi agire come un qualunque caudillo sudamericano. Questo modo di agire rappresenta un problema serio e mina la struttura delle relazioni, soprattutto con gli alleati dell’America. È sempre più attuale la famosa espressione di Kissinger: «Essere nemici degli Usa è pericoloso, fatale è esserne alleati».

Perfino Leone XIV si è esposto, definendo «non accettabili» le minacce di Trump.Il Papa è sostanzialmente l’unico capo di governo, non sospettabile di avere interessi da proteggere con la controparte iraniana, che ha avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. E il suo è un giudizio forte, non tanto sugli errori di strategia che qualunque capo di governo può fare, ma sulla frattura che il presidente americano ha aperto nel comune sentire della brava gente che vive negli Stati Uniti e che credo avrà ripercussioni importanti sulle elezioni di midterm.

Trump aveva promesso di porre fine alle guerre, ma si è comportato molto diversamente. Il mondo Maga è in rivolta.Per questo reputo importanti le parole di Leone XIV. Non tanto perché le ha pronunciate un pontefice, ma perché l’americano Prevost è un tranquillo borghese di provincia e il suo giudizio è per molti versi il riflesso della mentalità che caratterizza le tante famiglie del midwest che hanno votato Trump alle elezioni e che ora si sentono tradite. Io penso che queste dichiarazioni del Papa si riveleranno un grosso problema sia per Trump che per J.D. Vance.

Il New York Times scrive che il vicepresidente Usa era contrario al conflitto.Ma ha dovuto sostenerlo suo malgrado perché ha fatto della deferenza verso Trump la chiave di volta per avere successo in futuro nel mondo Maga. Ma in questo frangente la sua posizione entra in contrasto con l’altro pilastro del suo posizionamento pubblico: il cattolicesimo politico.

Mercoledì Israele, ignorando il cessate il fuoco, ha condotto un attacco devastante in Libano, causando la morte di oltre duecento persone in un solo giorno. È da almeno due anni e mezzo che Tel Aviv fa affidamento solo sulla forza, mentre il premier Benjamin Netanyahu dice di voler trasformare Israele in una «super-Sparta», temuta, perché forte e feroce come Gengis Khan. Che cosa sta accadendo allo Stato ebraico?Israele purtroppo non assomiglia neanche più lontanamente a quella democrazia che abbiamo conosciuto in passato. Una parte consistente della classe dirigente si pone consapevolmente come obiettivo la costruzione del Grande Israele e questa idea è radicata a larghissima maggioranza in ampi strati della popolazione. Questo è un problema oggettivo che lo scacchiere Euro-mediterraneo scoprirà a breve. Il punto non sono semplicemente i palestinesi o i musulmani, basta vedere come vengono trattati i pellegrini cristiani all’arrivo in Terra Santa. Le aggressioni vengono arginate sempre più a fatica dall’esercito israeliano. Tutto questo suggerisce che la società israeliana sia sempre più chiusa in se stessa.

L’Unione Europea è apparsa impotente e balbettante anche davanti al conflitto in Iran. Che cosa può fare per riacquistare centralità e per non rischiare di fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro in questo clima di tensioni sempre più marcato?L’Unione Europea sa benissimo, e da molti anni, che cosa deve fare: il problema è che non lo fa. Ha un’agenda ricca di strumenti di riforma che le consentirebbe di agire come un sol uomo. Purtroppo, sul piano della politica interna dei vari paesi membri prevale quell’equivoco che impedisce agli europei di prendere coscienza della propria condizione.

Quale equivoco?L’Unione Europea è fatta da paesi piccoli e da paesi che non hanno ancora capito di essere piccoli. L’Europa conta solo se agisce in modo consentaneo e questo è possibile solo se si riforma in senso federale. Se non lo farà, mi dispiace dirlo, l’Unione Europea sparirà come progetto politico. Ma quello che molti dei Ventisette non hanno ancora capito è che dopo l’Ue spariranno anche i suoi paesi membri. Chi non prende consapevolezza dei fatti della storia, viene spazzato via dalla storia.

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