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«Basta guerra. In Libano siamo stremati»

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07.03.2026

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Home » Esteri » «Basta guerra. In Libano siamo stremati»

«Basta guerra. In Libano siamo stremati»

«Non ne possiamo più: è la stessa storia che si ripete ancora e ancora». Sono cariche di sconforto le parole che consegna a Tempi monsignor Jules Boutros, il vescovo alla guida della Chiesa patriarcale di Antiochia dei Siri, 16 mila fedeli in tutto il Libano. Da quando lunedì Hezbollah, il Partito di Dio che obbedisce a Teheran, ha attaccato Israele per «vendicare» l’uccisione della Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, le Forze di sicurezza israeliane hanno risposto bombardando duramente il paese.

Più di 100 villaggi nel sud del Libano e nella Valle della Bekaa sono stati svuotati dall’esercito israeliano, oltre 100 mila libanesi (Tel Aviv parla di 300 mila persone e ordini di evacuazione sono stati diffusi a 700 mila persone) sono sfollati e in fuga. Almeno 217 persone sono morte a causa dei bombardamenti, i feriti sono più di 790 e il macabro conteggio viene aggiornato di ora in ora. «Il popolo libanese non vuole questa guerra e non c’entra niente con essa, solo una piccola minoranza cerca il conflitto con Israele».

«Noi cristiani restiamo qui»

La situazione più complessa è nel sud del paese, dove Israele sta concentrando i bombardamenti. L’esercito israeliano è tornato a invadere il Libano, svuotando i villaggi sciiti del sud. «Noi non ci muoviamo di qui, ma la situazione è durissima: i bombardamenti sono incessanti», dichiara a Tempi Charbel Louka, residente del villaggio cristiano di Debel, a una manciata di chilometri dall’area di Bent Jbeil, una delle più colpite.

«Gli israeliani si sono appostati a pochi chilometri da qui, a Kawzah», uno dei villaggi cristiani completamente rasi al suolo durante la guerra con Hezbollah terminata un anno fa, ma mai davvero conclusa. «Per ora nessuno ci ha chiesto di andarcene e del resto la gente vuole restare. Pregate per noi perché tutto questo finisca presto».

«Questa guerra produce solo vendetta»

Anche a Beirut, soprattutto nella periferia meridionale della capitale, Dahieh, roccaforte di Hezbollah, si susseguono senza sosta i bombardamenti israeliani. «Dormire è impossibile», testimonia a Tempi monsignor Boutros. «La gente ha paura, non ne può più di convivere ogni notte con il rumore dei droni, dei jet, delle bombe».

Negli ultimi sette anni il Libano non ha avuto pace: l’esplosione del porto di Beirut, la pandemia di Covid-19, la crisi economica e finanziaria, la guerra tra Israele ed Hezbollah, lo sfollamento di oltre un milione di persone, le centinaia di vittime, i 14 miliardi di danni causati dalla guerra.

E ora tutto ricomincia. «Avevamo fatto dei progressi», dice ancora il vescovo, «sia dal punto di vista politico che economico. I libanesi sono stati eroici, ma ora le scuole sono state chiuse di nuovo perché devono accogliere gli sfollati e la gente dorme per strada, novemila bambini non hanno un posto dove andare. Questa guerra produce solo odio, male, vendetta: abbiamo bisogno della pace».

«Hezbollah deve cambiare»

Per la prima volta il primo ministro e il presidente del Libano, Nawaf Salam e Joseph Aoun, hanno messo al bando tutte le attività militari e di sicurezza di Hezbollah, vietando anche a tutti i libanesi di portare armi senza permesso. Già 23 individui sono stati arrestati perché in possesso di armi non registrate: qualcosa che non si vedeva da anni in Libano.

«Il governo ha deciso di intervenire con forza. È una buona notizia», prosegue monsignor Boutros. «Anche Hezbollah deve cominciare a fare gli interessi del Libano e non dell’Iran. Anche tanti sciiti per la prima volta iniziano a dire: basta, Hezbollah deve cambiare».

«Papa Leone XIV ha unito il Libano»

Sono passati appena tre mesi dalla visita coraggiosa di papa Leone XIV nel paese, da dove ha ricordato l’importanza di costruire la pace e ha definito il Libano «una profezia di pace per tutto il Medio Oriente». «Il Santo Padre ci ha fatto un grande regalo: ci ha ricordato che la pace si costruisce sulla giustizia, la diplomazia, il dialogo e la riconciliazione. E ci ha detto di non scoraggiarci e di provare ancora e ancora: ora capiamo perché», spiega la guida della Chiesa patriarcale di Antiochia dei Siri.

«Grazie alla visita del Papa per tre giorni non ci sono stati bombardamenti in Libano e tutti ci siamo uniti: sunniti, sciiti, cristiani», conclude. «Abbiamo visto che è possibile e vogliamo continuare a vivere come in quei giorni. Per questo torniamo a dire: basta guerra, siamo stanchi».

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