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Bello il successo del Como, ma non è un modello da copiare

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Bello il successo del Como, ma non è un modello da copiare

Chissà se alla prossima partita del Como, Assane Diao sarà fischiato come accaduto a Bastoni nelle gare successive alla sua simulazione in Inter-Juve. Possiamo azzardare che non succederà: certo, il calciatore dei lariani non gode della stessa – buona o cattiva – fama del nerazzurro, sebbene la dinamica con cui abbia provocato l’espulsione del romanista Wesley nell’ultima gara di campionato non sia poi molto diversa da quella con cui il difensore dell’Inter abbia favorito il secondo giallo di Kalulu nel tanto celebre episodio del derby d’Italia.

C’è altro, però: oggi il Como gioca un calcio meraviglioso, è quarto in Serie A e vede concreta la possibilità di andare in Champions League, bonus che alleggerisce ogni carico pendente su Fabregas i suoi ragazzi.

I fratelli Hartono e il modello Como impossibile da replicare

Che il Como sia lì a poche partite dall’Europa, solo nove anni dopo essere ripartito dai dilettanti, è un risultato stellare, che si spiega tutto col progetto grandioso dei fratelli Hartono, proprietari del club grazie al gruppo Darjum, e del manager Mirwan Suwarso. Ottimo, in panchina, è certamente Fabregas, nonostante il tono profetico con cui spesso si espone abbia a volte un che di retorico. Piano coi violini, però. Nell’ascesa lariana c’è la diagnosi del calcio italiano: il successo è possibile solo tramite capitali esterni. Vero, ai biancoblu tutto sta andando liscio: giocatori che esprimono un calcio sublime – molti per altro sconosciuti fino a poco tempo fa – guidati da un allenatore di pregio.

Sui media si plaude al modello sì, senza però guardare i suoi limiti. Uno su tutti: la sua replicabilità, praticamente impossibile altrove senza i medesimi capitali. A giugno 2025 il bilancio era stato chiuso con perdite per 105 milioni, ripianate poi dal portafoglio della proprietà. Che è cosciente anche di quanto chiede il Fair Play Finanziario della Uefa, qualora dovessero davvero qualificarsi per le Coppe europee. «Siamo sotto di 75 milioni rispetto al tetto Uefa», ha detto alla Gazzetta dello Sport Mirwan Suwarso pochi giorni fa. Nyon offre un margine di tolleranza per chi è ancora in fase di start-up, e il Como intende colmare il gap aumentando i ricavi. Che inglobano tutto: diritti tv, sponsorizzazioni, ricavi commerciali, match-day. 

Quella della squadra di Fabregas non è una favola di rinascita provinciale

Al netto di ciò, non è azzardato dire che al calcio italiano il Como non porta nulla sul piano tecnico e strutturale, se non una buona visibilità. Non offre però esempi societari da replicare, non offre nemmeno calciatori arruolabili per la Nazionale. Non che per Fabregas sia un problema – più volte ha dichiarato di non trovare calciatori italiani adeguati al suo gioco –, né che debba essere un indicatore con cui giudicare l’esperienza vincente di un club. Eppure, la scarsa eredità che esso lascia al movimento calcio di casa nostra accresce l’immagine di un “organismo geneticamente modificato” (cit. Pippo Russo su Lettera43) calato in Serie A, condito dalla retorica – nostrana, questa sì – della favola di una rinascita di provincia.

La verità è che il campo è solo una parte del progetto del Como: per gli Hartono e Suwarso è centrale invece il brand “Lago di Como”, di cui il club calcistico sta diventando una costola. Lo spiegano le numerose star internazionali viste allo stadio Sinigaglia, passate in città per turismo e finite a vedere una partita dei biancoblu. Ciò crea visibilità a costo zero, muove numerose iniziative di hospitality e luxury, pure il progetto di un nuovo impianto. Anni fa andare a vedere il Como era cosa da tifosi granitici, oggi ha un che di glamour, di experience da agenzia turistica per ricchi. Nulla di sbagliato, per carità. L’etichetta di “parco giochi per ricchi”, però, è difficile da staccare.

Como, «città ridotta a marchio»

Anche la stampa estera se n’è accorta. A Como ha fatto scalpore un reportage del Monde che descrive la città come “snaturata e ridotta a un marchio”, trasformata in un laboratorio europeo del lusso dove il Como 1907 è strumento di una più ampia operazione economica e urbana. Non mancano le accuse alla politica locale, prona a questo genere di metamorfosi. Investimenti immobiliari e declino della cosa pubblica ridefiniscono la città, si scrive, più del calcio stesso. Il club è presentato come il braccio operativo di una strategia globale che va oltre il campo, dove la città diventa sempre più attrazione commerciale e non comunità viva. Una fotografia dura, che contrasta con la retorica della favola sportiva e mette a nudo la dimensione politica e sociale del progetto lariano.

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