Cosa dovrebbe fare l’Europa di fronte a una crisi energetica “gigantesca”
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Cosa dovrebbe fare l’Europa di fronte a una crisi energetica “gigantesca”
Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.
Tutti si chiedono che effetti avrà sull’economia europea e italiana la crisi energetica attuale, conseguenza della guerra e della chiusura dello stretto di Hormuz.
Per ora, gli organi di stampa si sono concentrati soprattutto sul tema dei viaggi aerei e sulle prospettate limitazioni di cherosene; ma incomincia ad emergere una riflessione più organica sulla crisi energetica in cui ci troviamo e sulle sue ripercussioni sull’economia europea e sul suo sistema industriale.
In generale, guardando anche gli andamenti di mercato dei prezzi del petrolio e del gas, che per ora non sono ancora esplosi ai livelli del 2022, non sembra esserci piena consapevolezza della gravità della crisi.
D’altro canto le prime reazioni dei portavoce della Commissione Europea sono state, come accade spesso, surreali. Si è negata l’esistenza di una vera emergenza energetica, e il governo dell’Ue ha finora chiuso le porte ad ogni ipotesi di introdurre flessibilità nel patto di stabilità. “Si esaminerà l’ipotesi solo in presenza di una grave crisi recessiva”.
Al solito la burocrazia guardiana e le istituzioni politiche dell’Ue sono drammaticamente incapaci di reagire in maniera tempestiva alla crisi, ed è desolante vedere che solo il 23 di aprile ci sarà un summit europeo sul tema; le prime indiscrezioni sulle proposte che dovrebbero scaturire dal summit rivelano l’incapacità di affrontare il tema dell’energia con vere politiche europee, e la conferma di un’impostazione che vede nell’allargamento delle maglie degli aiuti di Stato l’unica politica possibile, con ciò aumentando le asimmetrie sul mercato unico. Ma su questo si tornerà più avanti.
La rapidità delle decisioni e la capacità di anticipare gli eventi con i piani sono, come si sa, la chiave di volta della mitigazione e del governo delle crisi, ma l’Europa proprio non ce la fa.
Due questioni sul tavolo
Se invece guardiamo in faccia la realtà, comprendiamo che rischia di profilarsi una crisi di dimensioni gigantesche a causa della prolungata chiusura dello stretto di Hormuz, effetto del mancato accordo tra Usa e Iran e di una nuova escalation del conflitto.
Due sono le questioni sul tavolo: la dimensione e la natura degli effetti della crisi energetica sull’economia e sull’industria da una parte e cosa possano fare l’Europa e gli Stati membri per fronteggiarla.
Veniamo alla prima questione. Il blocco delle esportazioni, a causa della chiusura dello stretto, non riguarda soltanto petrolio e gas ma anche altri materiali come alluminio, fosfato, azoto, elio ecc. L’elio, che in buona parte viene dal Qatar, serve alla produzione di semiconduttori per il loro raffreddamento.
Queste carenze rischiano di provocare, contemporaneamente, effetti inflattivi per il rincaro dei prodotti energetici e degli altri materiali, e effetti recessivi perché presto non sarà più soltanto una questione di prezzo ma anche di disponibilità e di volumi e quindi la domanda sia di consumi che di investimenti inevitabilmente cadrà.
Mancheranno i soldi per i consumi e la fiducia per gli investimenti.
Difficile essere ottimisti
Con riferimento all’industria per un certo periodo si cercherà di scaricare sui prezzi l’aumento dei costi ma oltre certi livelli non si potrà andare; quando i clienti si rifiuteranno di comprare a prezzi sempre più alti inevitabilmente le fabbriche si fermeranno con le conseguenze economiche e sociali facilmente immaginabili.
Lo scenario è quello da incubo che gli economisti chiamano stagflation, un fenomeno difficile da curare in tempi brevi e devastante per la congiuntura mondiale che vedrà cadere il PIL e l’occupazione ovunque.
Questo scenario drammatico naturalmente dipende dalla durata della crisi ma al riguardo, come detto poc’anzi, è difficile essere ottimisti.
L’unico elemento a rendere un po’ meno fosco il quadro, come recentemente sottolineato sul Sole 24 Ore da Davide Tabarelli, l’economista presidente di Nomisma Energia, è che nel mondo vi è un’abbondanza di petrolio e gas come mai ve ne è stata.
«Mai come adesso c’è stata tanta disponibilità di petrolio e gas insieme. Il petrolio è abbondante, meglio distribuito, certo molto è ancora in Medio Oriente, ma con la possibilità in pochi mesi di fare nuovi oleodotti per collegare i giacimenti al Mar Rosso e al Mediterraneo. Nuova produzione c’è in Sud America, in Africa, in Cina e soprattutto negli Usa che era il più grande importatore e che oggi invece è esportatore netto con il raddoppio della produzione da 10 a 20 milioni di barili al giorno. Lo stesso vale per il gas, la cui disponibilità è stata sempre più abbondante del petrolio, di cui un tempo era considerato il cugino povero e quasi abbandonato quando lo si trovava. Grazie alla tecnologia di liquefazione, migliorata tantissimo, nei prossimi due anni sono attesi volumi addizionali di gas naturale liquefatto (GNL) per un 20% in più dell’attuale disponibilità».
«Mai come adesso c’è stata tanta disponibilità di petrolio e gas insieme. Il petrolio è abbondante, meglio distribuito, certo molto è ancora in Medio Oriente, ma con la possibilità in pochi mesi di fare nuovi oleodotti per collegare i giacimenti al Mar Rosso e al Mediterraneo. Nuova produzione c’è in Sud America, in Africa, in Cina e soprattutto negli Usa che era il più grande importatore e che oggi invece è esportatore netto con il raddoppio della produzione da 10 a 20 milioni di barili al giorno. Lo stesso vale per il gas, la cui disponibilità è stata sempre più abbondante del petrolio, di cui un tempo era considerato il cugino povero e quasi abbandonato quando lo si trovava. Grazie alla tecnologia di liquefazione, migliorata tantissimo, nei prossimi due anni sono attesi volumi addizionali di gas naturale liquefatto (GNL) per un 20% in più dell’attuale disponibilità».
Probabilmente è questo che spiega il livello alto ma non altissimo dei prezzi attuali di petrolio e gas e soprattutto il fatto che i futures di entrambi vedono prezzi decrescenti.
La grande disponibilità di gas anche nel bacino del Mediterraneo e le prospettive di forte crescita dell’offerta (la sola Algeria prevede di passare in 5 anni da 100 a 150 miliardi di mc di produzione annua) dovrebbero spingere l’Europa ad accettare senza ambiguità il gas come energia della transizione, investendo enormemente su tutte le tecnologie, in particolare le carbon capture, che ne consentono l’utilizzo a basse o nulle emissioni di CO2.
La seconda questione sulla quale riflettere è cosa possono fare l’Europa e i singoli Stati per cercare di mitigare gli effetti della crisi e per governarla.
Il tema richiama tutte le contraddizioni e le ambiguità che negli ultimi 20 anni hanno segnato le politiche europee soprattutto in tema di industria di base e di energia. Il rapporto Draghi ha rilanciato lo slogan dell’autonomia strategica europea, ma purtroppo la vicenda attuale mostra come un approccio ideologico ed estremista alla transizione e al green deal abbia messo la nostra economia e la nostra industria in uno stato di estrema debolezza e dipendenza. Il caso del cherosene per gli aerei è emblematico al riguardo.
Negli ultimi 10 anni si sono chiuse 14 raffinerie in Europa per ragioni di costi energetici altissimi e di norme ambientali sempre più severe, in particolare sulle emissioni di CO2, e oggi siamo sempre più dipendenti dall’estero per il jet-fuel perché la produzione interna continua inesorabilmente a decrescere.
La nostra autonomia strategica è in pericolo, così come lo è per le produzioni di tutti i settori energivori: acciaio, chimica, carta, cemento, vetro, fonderie ecc. colpite duramente dai rincari energetici.
Inoltre tutti questi materiali sono indispensabili per la realizzazione di piani di difesa comune ed è impensabile dipendere dall’estero per disporne.
Anche in questa fase così difficile non si comprende l’importanza di tutelare l’industria, specie quella dei settori energivori che sono strategici.
L’Europa, nonostante la posizione favorevole di numerosi Stati membri come il Governo italiano, che sostenuto da Confindustria ha coraggiosamente preso questa posizione, non ci sente sulla sospensione, almeno temporanea dell’ETS sul termoelettrico, in attesa della revisione di tutto il sistema prevista per la seconda metà dell’anno. Questa sarebbe una misura che darebbe un immediato giovamento di 25-30 Euro a MWh. Ma l’Europa non sa proporre altro che nuovi allentamenti della disciplina degli aiuti di Stato, consentendo agli Stati membri fiscalità di favore sull’energia.
Ciò facilita ovviamente i Paesi fiscalmente e finanziariamente forti, Germania in particolare, e penalizza quelli da questo punto di vista più deboli, come l’Italia, che non hanno margini di bilancio utilizzabili.
Per rendere equa questa impostazione, che altrimenti distrugge il mercato interno creando non solo sul prezzo dell’energia asimmetrie inaccettabili, bisognerebbe, come si è fatto per il Covid, consentire deroghe al patto di stabilità e promuovere debito comune; ma, come si è visto, per ora non se ne parla, e l’austerità degli Stati del Nord, che è in fondo la causa del declino europeo, avrà ancora la meglio.
C’è il forte rischio che l’Europa industriale esca da questa crisi ancora più debole, e che ogni intento di competitività e autonomia strategica sia proclamato ma non realmente praticato.
Come abbiamo detto tante volte, l’industria non è soltanto economia ma anche welfare, Stato sociale, democrazia. Senza industria l’Europa sparirà nel nulla.
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