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La troppa propaganda uccide la complessità

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Il tono dei resoconti dei principali giornali italiani circa gli esiti del viaggio di Donald Trump a Pechino – ma anche di molti altri media del mondo – è stato, si può dire, abbastanza banale, forse anche alquanto infantile.

A voler semplificare, il messaggio che è andato prevalendo ha descritto una sorta di gara tra leaders, che, a seconda del parteggiare, descriveva un Trump debole e soggiogato dalla proverbiale lungimirante temperanza del Regno centrale, che starebbe callidamente rafforzandosi grazie all’impantanamento di Hormuz; ovvero di successo degli Usa, che sarebbero riusciti a ristabilire un’alleanza di lunga durata con la Superpotenza orientale, attraverso la quale passerebbero una serie di accordi commerciali, politici, di economia globale e chissà quanto altro.

C’è chi ritiene che il presidente americano sia tornato in patria a mani vuote, chi invece annuncia un carniere ben fornito. Insomma, prevale una tendenza alla semplificazione ed alla contrapposizione nella lettura degli avvenimenti, che omette di tenere conto dell’enorme complessità dei problemi.

Comprensibile che l’esigenza di dare la notizia porti ad esercitare la fantasia ed al tentativo di delineare situazioni nette, risultati ben distinguibili, in cui a far da criterio sono piuttosto scenari da gara sportiva, con tanto di conferimento finale della coppa, che invece ragionate articolazioni di quadri internazionali, complessi quant’altri mai in questo particolarissimo momento.

Solo per offrire un semplice elemento di giudizio – al fine di rendersi conto di quanto diversa e profondamente interconnessa sia la........

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