La legge non basta mai decide la moralità politica
A seconda che stessero all’opposizione o in maggioranza, le nostre forze politiche si sono distinte nel tempo per il costante e reciproco accusarsi d’abusare dello strumento legislativo al fine di creare, nella prossimità delle elezioni, norme ad hoc che le avvantaggiassero nell’imminenza della successiva competizione. E questo dai primordi della Repubblica, a partire dalla famigerata ‘legge truffa’ del 1953, così battezzata con fortunata denominazione dalle forze dell’opposizione anti-degasperiana in occasione del primo rinnovo della rappresentanza parlamentare dopo l’entrata in vigore della costituzione repubblicana. Peraltro, come quell’esperienza già allora insegnò, poco giovano questi traffici legislativi a chi li concepisce. Ma la tentazione resta, e le pratiche perdurano.
Non c’è dubbio che questo modellare le leggi a seconda delle presunte esigenze di chi le pone in atto, non sia una condotta molto elegante; soprattutto non è un’azione conforme alla funzione della legge, che per definizione dovrebbe essere generale ed astratta: dovrebbe cioè prescindere dalle esigenze del momento, e guardare al futuro in termini impersonali e nell’interesse che accomuna l’intero Paese in vista del suo bene. Ma questo in Italia, come in molti altri luoghi peraltro, è un’utopia che sta bene se scritta in libri di teoria generale, ma ben difficilmente la si ritrova nella concretezza della nostra storia. Nell’ultima vicenda, poi, gli interessi di parte si sono arricchiti di miserevoli condotte parlamentari, con presunte, callide strategie e giochi di Palazzo, messi in atto da entrambe le parti in competizione, degne........
