Il caso Roggero divide: lo Stato perda la rotta
L’autentica crisi istituzionale – se siamo ancora nei tempi per usare espressioni sì tanto impegnative – aperta dalla condanna definitiva a circa 14 anni di reclusione resa definitiva dalla Corte di cassazione nei confronti Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, ricco centro del cuneese che annovera tra i suoi sindaci il grande statista toponimo, quella condanna mette in mostra davvero molte cose.
Certamente, l’indebito ma ormai irrefrenabile trasferimento nella sfera mediatica di percorsi che avrebbero da tenersi all’interno dei circuiti ad essi riservati – circuiti essi pure riservati – per evitare di guastare irreparabilmente la praticabilità stessa di delicatissime funzioni politiche.
È chiaro che quanto è avvenuto non è accettabile. Il fatto che il ministro della Giustizia abbia lasciato trapelare, lui o il Governo intero, la decisione d’avviare l’istruttoria per la grazia in favore del gioielliere autore dell’omicidio di efferati rapinatori e l’abbia lasciata trapelare nemmeno all’indomani del solo dispositivo privo di motivazioni della Corte di cassazione, è un qualcosa di contrario a qualsiasi galateo istituzionale e soprattutto di contrario alla praticabilità della funzione che si voleva attivare.
Questo ha prodotto una reazione da parte della Presidenza della Repubblica, anch’essa tutta realizzata sul piano mediatico, perché s’è contestato al ministro della giustizia l’esercizio d’un potere che è suo proprio, quello d’istruire la pratica di grazia: ma la contestazione, mediatica,........
