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La chiusura della Technicolor di Roma diventa storia intima: famiglie di sangue e d’amore nel vodcast ‘Il Piacere della Lettura’

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20.02.2026

I libri viaggiano. Attraversano il tempo, le stanze, le generazioni. Si posano sulle nostre vite come polvere luminosa e, quando meno ce lo aspettiamo, riaprono ferite, ricuciono memorie, interrogano il presente attraverso il passato. È da qui che parte la conversazione con Christian Raimo, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura: da un’idea semplice e vertiginosa, che la letteratura non serva a ricordare soltanto, ma a capire chi siamo adesso.

L’invenzione del colore (La Nave di Teseo) è un romanzo che sfugge alle etichette. Memoir familiare, inchiesta industriale, riflessione politica, sogno. Raimo intreccia cinema, lavoro, lutto e quotidianità in un racconto fluido, stratificato, contemporaneo. Al centro, la dedica: “Alla mia famiglia di sangue e alla mia famiglia d’amore”. Un punto di sutura fragile e potentissimo. “La famiglia – racconta – è fatta anche di legami non biologici. È un modo per lasciare andare chi non c’è più e ritrovarlo altrove”.

La scintilla del libro nasce da due perdite: quella del padre, morto improvvisamente, e quella della Technicolor di Roma, chiusa dopo aver segnato la vita di generazioni di lavoratori. Un dolore privato che diventa collettivo. “Volevo raccontare una storia che non fosse solo familiare, ma anche politica e sociale. La fine di un’industria è la fine di un immaginario”. E infatti il romanzo non si limita a commemorare: resuscita. Attraverso la scrittura, il padre torna, parla, sogna.

La struttura ibrida è una scelta consapevole. Raimo non crede più in confini rigidi tra i generi. Oggi, dice, siamo abituati a narrazioni multiple, stratificate, come nelle grandi serie. Il romanzo deve essere all’altezza di questa complessità. “Se un lettore dedica il suo tempo a me, devo meritarmelo”. È una dichiarazione etica prima che stilistica.

Tra documenti, ricordi e visioni oniriche, emerge un’idea centrale: la storia entra nelle relazioni intime. I referendum, il lavoro, la precarietà attraversano le famiglie, modificano gli amori, i conflitti, le fragilità. E accanto a questa dimensione razionale, Raimo rivendica il potere dell’irrazionale: sogni, associazioni, immagini. Come il colore al cinema, che non riproduce la realtà ma la inventa.

Il dolore è un altro nodo cruciale. Le generazioni passate lo tacevano; le nostre lo consumano in fretta, senza elaborarlo. “L’arte serve a sostare”, dice. A trasformare il lutto in senso. A costruire relazioni con sconosciuti, vivi o morti. È forse questo il cuore del romanzo: una comunità invisibile di padri, figli, studenti.

In questo senso, il personaggio di Paolo – studente inquieto e brillante – rappresenta la sfida più urgente: l’autenticità. In un mondo saturo di narrazioni artificiali, il rapporto tra adulti e ragazzi si gioca tutto sulla verità.

E poi la domanda più struggente: dove va l’amore quando finisce? Raimo risponde con immagini visionarie, ma la verità è più semplice. L’amore resta nelle parole, nei racconti, nei libri.

La letteratura è sia rifugio sia resistenza. I colori inventati dal cinema continuano a tingere i nostri sogni. E ogni libro è un modo per non perdere chi abbiamo amato, per incontrarlo ancora, da un’altra parte del tempo.


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