Gio Evan e il libro che rovescia tutto: la gioia come allenamento interiore
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C’è un equivoco, quasi tenero, che accompagna da sempre la parola gioia: la immaginiamo leggera, improvvisa, un colpo di fortuna emotivo che arriva e ci salva. Una domenica mattina, una buona notizia, un amore che funziona. Poi arriva Gio Evan e, con la calma disarmante di chi ha attraversato il buio, ribalta tutto: la gioia non è un dono, è una disciplina. È un lavoro.
Dalla libreria Aretusa di Roma, ospite del vodcast “Il Piacere della Lettura”, Gio Evan presenta La gioia è un duro lavoro (Feltrinelli) come si presentano le cose vere: senza difese. Il suo non è un libro da leggere, è un territorio da attraversare. Dentro c’è lo sciamanesimo come pratica quotidiana, il dialogo con l’invisibile, ma soprattutto c’è una madre che torna, o forse non se n’è mai andata, e continua a camminargli accanto in quella zona fragile dove il lutto si trasforma in presenza.
La prima crepa nel senso comune arriva subito. “I sentimenti restano, le emozioni vanno e vengono”, dice. Ed è in questa distinzione che si gioca tutto. La gioia non è un picco emotivo, ma una scelta reiterata, un esercizio di attenzione. Non coincide con l’euforia, anzi: la contraddice. È rigore, è allenamento, è fedeltà a qualcosa che non si vede ma si coltiva. Come studiare i testi antichi, come alzarsi all’alba, come restare.
E poi c’è la solitudine, che nel suo racconto smette di essere un vuoto e diventa uno strumento. “Quando è ricercata, alza di livello gli incontri”. È una frase che suona quasi provocatoria in un tempo ossessionato dalla connessione. Ma Evan insiste: solo chi attraversa i propri abissi smette di accontentarsi del superficiale. La solitudine non isola, seleziona.
Il cuore del libro, però, pulsa altrove. In quel dialogo sospeso con la madre, in cui la perdita non è mai definitiva ma si trasforma in linguaggio. Una farfalla che si posa senza battere le ali, un odore che non dovrebbe esserci, un vento che cambia direzione: l’invisibile si manifesta così, nei dettagli minimi. E allora la domanda sulla morte si sposta, si ridimensiona. Non più “cosa c’è dopo”, ma “cosa c’è prima”. La vita, appunto. Da praticare.
Colpisce il modo in cui Evan abita il dolore: non lo rimuove, lo ritualizza. Rinuncia ai cibi condivisi con chi non c’è più, trasforma l’assenza in presenza attiva. “Più mi privo, più mi sento ricco”, dice. È una frase che potrebbe sembrare paradossale, ma nella sua voce diventa quasi necessaria. La mancanza non svuota: custodisce.
E poi c’è quella parola, “alba”, trasformata in identità. Non solo un momento del giorno, ma una postura dell’anima. Essere alba significa scegliere la chiarezza, farsi luce, smettere di subire la vita e iniziare a illuminarla. È forse questa la sintesi più potente del suo pensiero: non aspettare la gioia, ma costruirla.
Alla fine dell’incontro resta una sensazione difficile da scrollarsi di dosso: che la gioia, quella vera, non faccia rumore. Che non coincida con i momenti perfetti, ma con quelli consapevoli. Che sia, in fondo, una forma di resistenza. Essere felici non è smettere di cadere, ma imparare a restare — anche mentre si cade — con una cura tale da rendere ogni schianto un punto di partenza.
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