Più soldi in busta paga per chi rinvia la pensione. Ma attenti all’effetto contributi sull’assegno di vecchiaia
Il rinvio della pensione anticipata può permettere un aumento dello stipendio, ma attenti agli effetti sulla pensione di vecchiaia
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Roma, 15 aprile 2026 – L’Inps rimette ordine in una delle leve con cui il governo prova a trattenere al lavoro chi ha già raggiunto il traguardo pensionistico. Con una circolare di inizio aprile l’Istituto chiarisce che l’incentivo al posticipo del pensionamento è stato prorogato anche per il 2026 e riguarda i lavoratori dipendenti che maturano entro il 31 dicembre 2026 i requisiti per la pensione anticipata e scelgono, invece di uscire, di continuare a lavorare. Il meccanismo è semplice nella sua logica: una parte dei contributi che normalmente finirebbe all’Inps resta direttamente nella disponibilità del lavoratore, finendo in busta paga.
La platea: allargata, ma non per tutti
Come funziona il bonus in concreto
Il vantaggio fiscale rende il bonus più forte
Domanda all’Inps e via libera entro 30 giorni
I limiti e i casi particolari
La convenienza andrà valutata caso per caso
La platea: allargata, ma non per tutti
Il punto centrale della circolare è proprio questo allargamento. Possono usare l’incentivo i dipendenti iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria e alle forme sostitutive o esclusive che si trovano in una delle due situazioni previste dall’Inps:
aver maturato entro il 31 dicembre 2025 i requisiti per la pensione anticipata flessibile, cioè i 62 anni di età con 41 anni di contributi
oppure maturare entro il 31 dicembre 2026 i requisiti per la pensione anticipata ordinaria, cioè 41 anni e 10 mesi di contribuzione per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini.
È qui la vera novità operativa del 2026: la misura non resta confinata a chi era già “pronto” nel 2025, ma si estende anche a chi centra nel corso di quest’anno i requisiti della pensione anticipata ordinaria.
Come funziona il bonus in concreto
La scelta del lavoratore consiste nella rinuncia all’accredito della quota dei contributi previdenziali IVS a suo carico. Da quel momento il datore di lavoro non versa più quella quota all’ente previdenziale e la corrisponde invece direttamente al dipendente insieme alla retribuzione. Attenzione però a un aspetto decisivo, che la circolare esplicita con chiarezza: resta fermo l’obbligo del datore di versare la propria quota IVS. In altre parole, il rapporto di lavoro continua e la posizione assicurativa continua a essere alimentata, ma solo per la parte datoriale. È il cuore economico della misura: più retribuzione netta subito, in cambio della rinuncia all’accredito della quota contributiva a carico del lavoratore.
Il vantaggio fiscale rende il bonus più forte
C’è poi un secondo elemento che rende l’incentivo appetibile: le somme così erogate non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente ai fini fiscali. Non si tratta quindi soltanto di un trasferimento dalla contribuzione alla busta paga, ma di un importo che beneficia anche della non imponibilità fiscale prevista dal Tuir. In termini pratici, il vantaggio per il lavoratore è immediato e visibile sul cedolino. È una misura pensata per favorire la permanenza volontaria nel mercato del lavoro, soprattutto in una fase in cui il sistema previdenziale cerca più flessibilità in uscita ma, allo stesso tempo, ha interesse a trattenere competenze e contribuenti attivi.
Domanda all’Inps e via libera entro 30 giorni
L’incentivo non scatta automaticamente. Il lavoratore deve presentare una specifica domanda all’Inps, che verifica il possesso dei requisiti e comunica l’esito sia al dipendente sia al datore di lavoro attraverso il servizio di “Comunicazione bidirezionale”. La circolare precisa anche i tempi: l’Istituto deve rispondere entro trenta giorni dalla richiesta, o dalla data in cui acquisisce eventuale documentazione integrativa. Solo dopo il via libera dell’Inps il datore può smettere di versare la quota a carico del lavoratore e, se necessario, recuperare a conguaglio le contribuzioni pensionistiche già versate.
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I limiti e i casi particolari
La misura, però, non è universale. L’Inps chiarisce che per alcuni iscritti a gestioni particolari valgono regole specifiche. Per il Fondo volo, ad esempio, non possono accedere all’incentivo i lavoratori che non hanno maturato i requisiti ordinari richiamati dalla norma; per gli autoferrotranvieri continua a valere la disciplina speciale del settore. L’effetto del bonus si interrompe:
quando il lavoratore consegue una pensione diretta,
quando arriva al requisito anagrafico per la vecchiaia nei casi previsti,
oppure se revoca la rinuncia.
È dunque una leva flessibile, ma non senza confini.
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La convenienza andrà valutata caso per caso
Sul piano economico e politico, il messaggio è chiaro: il governo e l’Inps usano il bonus come strumento di permanenza volontaria al lavoro, alleggerendo nell’immediato il cuneo previdenziale sul dipendente che potrebbe già andare in pensione. Ma la convenienza reale non sarà uguale per tutti. Per chi privilegia il reddito mensile, il vantaggio può essere evidente. Per chi guarda soprattutto all’assegno futuro, il punto da ponderare è che la rinuncia riguarda proprio la quota contributiva a carico del lavoratore, mentre continua solo quella del datore. È per questo che la circolare n. 42 non chiude il dibattito: lo rende più chiaro. E sposta la scelta, in modo sempre più netto, sul terreno della convenienza individuale.
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