Il generale Camporini: “I raid sono chirurgici. Manca però un piano politico. Si rischia il caos come in Iraq” /
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Roma, 2 marzo 2026 – Generale Vincenzo Camporini, analista di geopolitica e membro dell’Istituto affari internazionali, come riescono Usa e Israele a colpire in modo chirurgico i target in Iran?
“Per due ragioni. Cia e Mossad hanno informatori di intelligence reclutati sul terreno che agiscono per denaro o per scelta politica. Ma soprattutto Stati Uniti e Israele dispongono di sistemi d’arma estremamente precisi grazie alla tecnologia di ultima generazione. Il combinato di questi due elementi può produrre gli effetti che abbiano visto”.
Un esempio tecnico di armi di precisione?
“La guerra dei 12 giorni del giugno 2025 aveva già indebolito lo scudo contraereo iraniano. Bombe e missili di Usa e Israele sono tarati per il cosiddetto ‘ Circolo di errore probabile’ (Cet) di un metro, vale a dire che entro questa misura arriva sull’obiettivo la maggior parte dei vettori. Sono guidati da Gps e sistemi inerziali che forniscono garanzia di precisione dopo aver memorizzato le coordinate”.
Sta cambiando il modo di fare la guerra?
“Certo la tecnologia è sempre più presente. È fondamentale nella cosiddetta prima fase di ‘ostilità attiva’, ma poi per prendere il controllo della situazione servono truppe sul terreno, come in Afghanistan e Iraq, al di là di come poi sono terminati i due conflitti”.
“Non del tutto perché continua a reagire, ma dal punto di vista militare non ha molte chance. Vedo nebbia fitta per l’obiettivo politico di Usa e Israele, non si capisce ancora chi possa prendere le redini del Paese. Il rischio è che sprofondi nel caos come è successo con Iraq e Libia dove gli americani hanno agito senza una ricetta sicura per il dopo”.
Gli Stati Uniti hanno storicamente difficoltà ad organizzare il cambio di regime dopo un intervento bellico.
“Basta sfogliare a ritroso certe pagine per evidenziare errori e mancanze. Nel 2003 in Iraq, per esempio, gli americani fecero piazza pulita di ufficiali e quadri medi dell’esercito che poi entrarono nelle fila terroristiche del Daesh. La Libia post Gheddafi è un altro caso emblematico e anche in Iran dopo le bombe, almeno fino ad ora, non si intravede un disegno politico chiaro per il futuro”.
Si va verso una forte instabilità dell’area?
“Probabile, anche perché c’è il nodo delle minoranze molto inquiete. I curdi potrebbero prendere al volo questa occasione per chiedere autonomia e tentare di smembrare il Paese , poi si registra una forte insorgenza dei Beluchi,la cui presenza territoriale tocca anche Pakistan e Afghanistan, e degli Azeri”.
In Iran quando taceranno le armi si può prevedere la presenza di eserciti occidentali per garantire la transizione?
“Idea non praticabile. Gli iraniani, al di là delle divisioni politiche e delle etnie, si sentono eredi della Persia di Ciro il grande, sono un popolo molto orgoglioso dotato di forte identità nazionale. Non tollerano ingerenze straniere interne”.
Un’operazione così massiccia di missili e bombe rischia di mettere in crisi gli arsenali di Usa e Israele?
“Non ho dati certi, ma vista l’imponenza del raid è possibile. La produzione di sistemi d’arma sofisticati nel settore della missilistica ha necessità di tempi lunghi, ha poca flessibilità. Le imprese devono rendersi disponibili ad una economia di guerra”.
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