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Il volto di una donna sospesa tra speranza e disperazione

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20.02.2026

Roma, 20 febbraio 2026 – Il cuore di un bambino non dovrebbe mai essere descritto con una parola al passato, tanto meno come ‘bruciato’. Perché quello non era un cuore che stava smettendo di funzionare, ma un cuore destinato a battere in un futuro che esisteva ancora. Invece, in un solo istante, tutto è cambiato. Quando gli esperti sono arrivati al Monaldi e hanno detto a Patrizia Mercolino che suo figlio Domenico, di soli 2 anni, non poteva essere trapiantato perché il suo nuovo cuore era stato danneggiato, qualcosa si è rotto. Non solo dentro il corpo di suo figlio, ma dentro di lei. Da quel momento, il tempo è diventato un presente sospeso, fatto di parole che nessuna madre dovrebbe mai sentire.

Il cuore bruciato al bimbo e l’ipotesi di un ‘rabbocco del ghiaccio’ tra Bolzano e Napoli: “Usato un box per le bibite fuori norma”

Quello che Patrizia sta vivendo non riguarda soltanto il fatto che il fegato, i reni e i polmoni di suo figlio sono ormai compromessi e che non sia più possibile trapiantarlo. Riguarda qualcosa di ancora più profondo. Riguarda la consapevolezza, lenta e devastante, che potrebbe non esserci nulla da fare. Che, per quanto lo ami, per quanto lo voglia salvare, potrebbe non bastare. In psicologia, questo ha un nome preciso che corrisponde al lutto anticipatorio. È il dolore della perdita che inizia prima che la perdita avvenga davvero. È vivere già dentro l’assenza, mentre la persona è ancora presente.

“Escluso che il piccolo Domenico possa avere un futuro. Alla fine deciderà lui per se stesso”

Patrizia continua a sperare, perché una madre non smette di sperare. Non può. Ma, nello stesso tempo, dentro di lei esiste anche un’altra verità, più crudele, che riguarda la possibilità di dover vivere senza suo figlio. Speranza e disperazione convivono nello stesso cuore. Un paradosso. Poi c’è l’impotenza e l’incredulità di una fiducia tradita dai medici e dall’ospedale. Mentre indagano la Procura di Napoli e quella di Bolzano, la sensazione più terribile per la mamma di Nola è che il luogo in cui aveva affidato suo figlio per salvarlo possa essere lo stesso luogo in cui lo ha perso. Il trauma più grande non è dunque solo ciò che potrebbe accadere. Il trauma più grande è questo tempo. Questo tempo sospeso, in cui Patrizia ama suo figlio con tutta sé stessa, sapendo che potrebbe non esistere un domani in cui continuare a farlo.


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