Biennale di Venezia nel caos. Derby a destra sulla Russia. La cultura è sempre politica
Il padiglione russo della Biennale di Venezia, chiuso dal 2022
Roma, 16 marzo 2026 – Finalmente una bella disputa che fa litigare tutti con tutti, anche e soprattutto dentro gli stessi schieramenti. Sulla cultura, oltretutto. La Biennale di Venezia permette alla Russia putiniana di riaprire il suo padiglione? Apriti cielo. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli attacca il presidente della Biennale cioè il suo (ex?) amico Pietrangelo Buttafuoco, sfiducia la sua rappresentante del Consiglio d’amministrazione e "chiede le carte", che nel politichese italiano rappresenta la minaccia massima, tipo "ti spacco la faccia" in meno eletti consessi.
Intanto i giornali si riempiono di cronache e retroscena e soprattutto di interviste ai non troppo numerosi intellettuali "di area", eccitati dalla variante impazzita del solito derby nazionale: stavolta non è sinistra contro destra ma destra contro destra. Anche con possibili ripercussioni sul governo, perché che un ministro (Matteo Salvini, per la precisione) dia dello "sciocco" a un altro, appunto Giuli, non è esattamente rassicurante. Intanto l’Ucraina protesta, si evocano sanzioni e ripercussioni e Bruxelles minaccia di tagliare i fondi se sarà tagliato il nastro del padiglione russo. Buttafuoco, nomen omen, ne getta sulla benzina annunciando che non farà assolutamente marcia indietro. Un putiferio del tutto insolito per la Biennale, che al massimo fa litigare i critici, e ancora più ghiotto perché interno alla parte al potere, che conferma così la sua abituale difficoltà a gestire tutto quel che è cultura. La polemica s’è dest(r)a.
Come finirà non è facile da prevedere e, alla fine, nemmeno così importante. Scommetterei sul solito compromesso, come da Dna nazionale. Una di quelle belle soluzioni democristiane, tipo il padiglione russo sì aperto ma non visitabile oppure una mostra di dissidenti per riequilibrare la possibile propaganda di regime. Però c’è un aspetto che merita di essere sottolineato. I favorevoli all’ospitalità per i russi sostengono che la cultura e/o l’arte, termini usati con disinvoltura come sinonimi, debbano essere preservati dall’ingerenza della politica. Ma questa è malafede nel migliore dei casi, ignoranza nel peggiore. La cultura esprime una visione del mondo, quindi è inscindibile dalla politica. Infatti Buttafuoco, che la sa più lunga dei suoi sostenitori, e in molti casi direi che non ci vuole molto, dichiara che la cultura deve costruire ponti e dialogo, posizione che magari sa un po’ di "wishful thinking" (in italiano: pia illusione), ma che è oggettivamente politica e infatti prescinde da qualsiasi valutazione estetica su quel che poi effettivamente si vedrà nel padiglione della discordia. La cultura ha sempre anche un valore politico. E invece no: di colpo, sono tutti parnassiani, finissimi esteti impegnati a delibare l’art pour l’art nella torre d’avorio.
Nel 2007, si fece a Berlino una bellissima mostra dal titolo "Kunst und Propaganda in Streit der Nationen 1930-1945", arte e propaganda nel conflitto delle nazioni, che metteva a confronto la produzione artistica di tre regimi come l’Italia fascista, la Germania nazista e l’Urss stalinista, e quella dell’America di Roosevelt perché caso di interventismo statale nell’economia con relative commissioni artistiche per le opere pubbliche del New Deal (fra parentesi, chi ne usciva decisamente meglio era l’Italia). Rivisti oggi, fanno impressione i padiglioni nazisti o comunisti alle mostre ed esposizioni e Biennali dell’epoca, con le loro croci uncinate e le falci e i martelli. Domani, non vorrei che suscitasse la stessa indignazione retroattiva un padiglione russo gestito dai cortigiani e dai complici di Putin.
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