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La lezione del referendum: fra gli italiani e la Costituzione un legame più forte dei partiti

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23.03.2026

La festa per il No in piazza Duomo a Milano

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Alla fine non possiamo che ammettere, ancora una volta, che non ci aveva preso nessuno. Prima ancora di iniziare a votare, avevamo già cantato il de profundis di questo referendum, convinti che alle urne ci sarebbero andati i soliti (pochi) noti, rinnovando la triste litania di ogni chiamata elettorale: la democrazia debole, la disaffezione dei cittadini. E invece il risultato non è solo uno schiaffo alle previsioni, ma anche alla debolezza e all’insipienza dei partiti, e alla miopia di chi pretende di leggere il Paese con lenti sempre troppo inadeguate a intercettare gli umori, e le passioni, reali. Al referendum sulla giustizia ha vinto la Costituzione, e le ragioni di un’affluenza massiccia, imprevista e imprevedibile, le ragioni di un risultato così schiacciante per il fronte del No, non si possono questa volta ricondurre né solo alle istanze dell’opposizione né solo agli errori della maggioranza.

Perché ciò che davvero colpisce non è tanto il risultato in sé – affluenza al 59%, quasi il 54% per il No – quanto la forma singolare in cui si è prodotto: senza una mobilitazione di massa visibile, senza una guida politica riconoscibile, senza una narrazione capace di fare da collante. Il voto è arrivato, robusto e trasversale, attraversando gli schieramenti con una disinvoltura che i partiti non avevano né previsto né incoraggiato. Calamandrei ricordava che la Costituzione non funziona da sola, che ha bisogno ogni giorno di essere rimessa in moto da mani vive. Esiste sempre un momento in cui il meccanismo si affida ai cittadini, un momento in cui nessuna norma scritta può sostituire la scelta umana. Quel momento c’è stato, e i cittadini lo hanno riconosciuto.

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