menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Iran, escalation e fragilità europea: quanto può reggere l’Occidente?

6 0
01.03.2026

L'ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso durante l'attacco congiunto fi Usa e Israele (Ansa)

Articolo: Iran dopo Khamenei: triumvirato dei guardiani della rivoluzione, dal regime teocratico al comando politico-militare

Articolo: I 4 obiettivi più uno dell’attacco Usa all’Iran. “Contenere la Cina resta una priorità di Trump”

Articolo: La tv di Stato iraniana: Khamenei è morto. Applausi a Teheran. Sull’account X dell’ayatollah: “Pace su di lui”

Se c’è una cosa che in guerra non esiste è la garanzia del risultato. Pensate ai conflitti dell’ultimo quarto di secolo, dall’Afghanistan, all’Ucraina a Gaza: nessun esito ha rispettato la propaganda delle aspettative iniziali. Vale allora la pena, mentre infuriano i bombardamenti su Teheran, ricordare quanto disse il diplomatico George Ball durante il Vietnam: "Una volta in groppa alla tigre, non possiamo scegliere dove scendere". Tradotto: i conflitti iniziano con un atto di volontà, ma proseguono con una logica propria.

Anche l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran nasce da una volontà strategica chiara: fermare l’accelerazione nucleare, ristabilire la credibilità della deterrenza, creare le condizioni per un cambio di regime. E Washington potrebbe perfino riuscire a farla franca, forte di alcune contingenze oggettive: la Repubblica Islamica è indebolita, la popolazione inquieta, l’economia in crisi. Ma in guerra l’avversario non reagisce secondo i nostri calcoli, bensì secondo la propria percezione di sopravvivenza. In un’analisi su Politico di qualche giorno fa, Arash Azizi aveva scritto che se il regime avesse percepito la minaccia come esistenziale avrebbe potuto ampliare il conflitto, pur sapendo di pagarne un prezzo altissimo: "La Repubblica Islamica agisce prima di tutto per garantire la sopravvivenza del sistema. Quando la sopravvivenza è messa in pericolo, il costo economico passa in secondo piano".

La risposta iraniana sembra muoversi in quella direzione. Missili su Abu Dhabi e Dubai. Sirene e chiusure a Doha, nei pressi della principale base americana nella regione. Spazio aereo sospeso. Hub logistici rallentati. Il conflitto si regionalizza, e con esso si amplia il perimetro del rischio.

È qui che la questione smette di essere solo mediorientale e diventa anche europea: la tigre, oggi, non è Teheran. La tigre è l’escalation. E su quella groppa l’Europa si ritrova ancora una volta, non per scelta ma per vulnerabilità.

Le potenziali conseguenze sono, per noi, innanzitutto economiche. Un prezzo del petrolio stabilmente più alto — fra i principali effetti collaterali — significherebbe ulteriore pressione su redditi, industria, trasporti. Significherebbe tensione sociale e consenso che si assottiglia.

È la variabile energetica che traduce la guerra in vita quotidiana: il ponte invisibile tra Hormuz e Berlino, tra Teheran e Milano. Ed è la stessa variabile a collegare il conflitto iraniano a quello ucraino. Fiona Hill, già consigliera per la Russia al Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, ha sempre ricordato come "per Mosca l’Iran rappresenti un contrappeso molto importante rispetto alle potenze sunnite del Golfo". Un Medio Oriente destabilizzato non è neutrale per la Russia. Un petrolio più caro rafforza le entrate del Cremlino e migliora la sostenibilità finanziaria della guerra contro Kiev. I fronti non sono separati. Sono comunicanti.

Le guerre moderne non restano nei cieli che le vedono iniziare, ma si insinuano nei mercati, nelle urne, nei bilanci pubblici.

Il caos iraniano non fa eccezione.

Se l’escalation restasse limitata, l’impatto sarebbe gestibile ma non neutro. Un conflitto regionalizzato produrrebbe volatilità energetica prolungata. Un tentativo esplicito di cambio di regime renderebbe la reazione di Teheran meno prevedibile e più sistemica.

In questo contesto, ogni escalation ha effetti politici reali nelle società occidentali.

E allora il rischio per l’Europa è prima di tutto politico. Perché le autocrazie possono sopportare l’instabilità più a lungo: comprimono il dissenso, controllano l’informazione, redistribuiscono il costo sociale. Le democrazie no.

Le autocrazie combattono per sopravvivere, le democrazie devono sopravvivere combattendo, e convincendo. E in guerra non sempre perde chi viene colpito per primo. Più spesso perde chi non regge al logoramento.

Quanto a lungo potremo sostenere questa instabilità senza indebolire noi stessi? Quanto a lungo potremo ancora cavalcare la tigre?

© Riproduzione riservata


© Quotidiano