Amy Winehouse e il meraviglioso paradosso di Back to Black
A vent’anni dall’uscita, Back to Black resta un cortocircuito irripetibile: un album capolavoro tra passato e presente
Vent’anni dopo il trionfo di Back to Black, la domanda più intrigante non è come un album dal suono così antico abbia potuto sembrare attuale, ma come abbia fatto la scena musicale di metà anni Duemila, a un passo dal boom della musica liquida, a riconoscersi così profondamente in un disco che sembrava arrivare da un’altra era geologica.Nel 2006 la musica era a un passo dalla rivoluzione che avrebbe portato allo streaming: iTunes aveva cambiato per sempre il modo di comprare le canzoni, i social iniziavano a riplasmare l’immagine degli artisti, la logica del singolo cominciava a marginalizzare gli album. Il futuro prometteva velocità, accesso infinito, consumo frammentato. In mezzo a quel paesaggio appare Amy Winehouse con un disco che sembra provenire da lontano: fiati sensuali, vibrazioni Motown (la leggendaria etichetta soul di Detroit), orchestrazioni 60’s e una voce che gioca con il jazz notturno da club. Un’aliena. Che però vende undici milioni di copie e conquista 5 Grammy Awards nella stessa notte.
A voler ben vedere, Back to Black non è mai stato un album nostalgico. La nostalgia consola; questo disco lacera. I riferimenti sonori appartengono al soul classico, ma dentro i brani scorre una brutalità emotiva che è invece di questo tempo. È come se un vecchio........
