L'Autocronologia che racconta l'Italia (e pure noi)
Solo Alberto Arbasino avrebbe potuto scrivere di sé in terza persona senza sembrare un Napoleone da manicomio. Ci vuole del genio per riuscire nell’impresa. E infatti in questa sua Autocronologia – un titolo il più possibile asettico per un genere che faceva a pugni con il suo riserbo – ripubblicata da Adelphi dopo oltre quindici anni con la curatela di Raffaele Manica (p. 246, €16), già curatore del Meridiano sul grande lombardo, è tutto un rincorrere fatti, incontri, anche mondani, con molte digressioni e qualche rivelazione sui suoi libri più importanti. Con ogni probabilità sarà mondano anche partecipare alle presentazioni del libro da parte di Manica, che farà una prima tappa alla Casa Manzoni di via Morone 1 (a cura del Circolo dei Lettori di Milano) il 21 maggio, quindi nella Roma tanto cara ad Arbasino, allo Spazio Sette Libreria di via Barbieri 7, il 26 maggio. Sarà tutto un gran rincorrere questa mappa arbasiniana di pensieri e coltissime note, sempre in punta di piedi e con l’erre arrotata, che del resto dell’autore era la cifra, in quanto oratore s’intende, e che in letteratura si traduce in sublime sprezzatura.
Occorre precisare che mai e poi mai l’avrebbe intitolata Autobiografia: troppo scontato e autoreferenziale per un uomo che ha fatto della scrittura in punta di penna il suo stile e, sebbene parlando di sé più di altri scrittori, facendolo sempre con sottile ironia e distacco. Avverso al “proustismo di maniera” – niente dissertazioni sulle madeleine, che nel suo caso sarebbero state “mangiarini” vogheresi e “rievocazione sentimentale e patetica di nonne e bisnonne”, quando gli chiedono di raccontarsi per introdurre il Meridiano Mondadori di cui sopra si fa prendere la mano e scrive un libro. Questo, appunto, e che libro! Perché bisogna dire che qui dentro non c’è solo molto Arbasino, c’è molto della seconda metà del Novecento e un po’ anche della prima, perciò da qualche parte ci siamo anche noi.
Per prima cosa, indicando egli l’indirizzo preciso della casa in cui nacque e crebbe, in quel di Voghera, essendo a due passi da chi scrive, forte è la tentazione di andare a vedere la magione, per scoprire se la farmacia di famiglia è ancora lì. Che poi, pensando che nella sua vita straordinaria è mancata giusto l’occasione per andare a visitare gli igloo degli eschimesi, bisogna dire che non si era mai visto un provinciale meno provinciale di lui. Con quel fare aristocratico di chi sembra prendere tutto alla leggera, in modo un po’ frou frou, ma in verità è uomo di cultura maiuscola, ha girato il mondo in lungo e in largo facendo anche giornalismo di livello altissimo, prima con il Corriere, poi con Repubblica. Quindi largo alle trasferte americane, a New York, certo, ma anche, per esempio, in una San Francisco in cui «nascevano i movimenti che dopo qualche stagione sarebbero arrivati non più allegri e festosi ma molto più seriosi e sanguinosi da noi».
Correva il ’68 e i soggiorni arbasiniani in California si sarebbero moltiplicati, ed è favoloso il disincanto infastidito per i cosiddetti movimenti di liberazione, perché «si sarebbero rivelati inibizioni o repressioni, giacché definivano o catalogavano ed etichettavano in ghetti le pulsioni e gli istinti prima liberamente leggeri e vaganti».
Una notevole capacità di anticipare quanto sta accadendo ora, con accenni di tetra censura. Ad Arbasino d’altronde era estranea una certa plumbea pesantezza, che in genere somiglia alla stupidità, un morbo per cui certi talenti hanno la vaccinazione innata. In questi viaggi, si era imbattuto nella tramontante Gloria Swanson – per stare sul leggero, appunto, in Brigitte Bardot e Audrey Hepburn, che molto probabilmente conosceva già a Roma. In Andy Warhol, totem da decenni, che tuttavia egli osserva senza alcuna reverenza, anzi addirittura con un pizzico di snobismo per il look poco intonato allo splendore decadente di Venezia. Di principesse e di bon ton tuttavia qui non ce n’è poi tanto, c’è invece più letteratura che altrove, in una carrellata di incontri e conversazioni con i giganti del Novecento italiano. Gadda, che per lui era un grande vecchio della letteratura, Mario Praz, Longhi, Palazzeschi «amati vegliardi misconosciuti e commiserati» dalla generazione successiva, nonché ignorati dai giornali e ormai stoicamente rassegnati ad accomodarsi in soffitta. Bassani, con cui ebbe una singolar tenzone letteraria per la pubblicazione del romanzo che lo ha reso celebre, Fratelli d’Italia, con un codazzo di polemiche per i personaggi ivi descritti- e più che riconoscibili, dell’alta società, che notoriamente non la presero bene.
E poi Carmelo Bene, il grandissimo del nostro teatro, che aveva visto al Teatro Sistina a Roma e poi a casa sua, mentre recitava Sem Benelli snocciolando parole desuete «sulla mia terrazza, agitando le ciglia folte e nere». Insomma, una meraviglia di libro, che vale mille noiosissimi manuali perché ci avvicina a scrittori che altrove troveremmo sezionati da critici barbosi, e invece qui sono umani, troppo umani, straordinariamente veri. Prende una punta di malinconia, di nostalgia anche, leggendo che Arbasino, con «Pasolini e Testori e con altri ci eravamo promessi di “dircele finalmente tutte”, passati i tempi trafelati, in una vecchiaia piena di polemiche fra camini e castagne», perché non accadde, data la morte tragica di Pasolini. Arbasino invece è vissuto, per nostra fortuna, lasciando cronache d’autore del tempo che fu.
