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Quando la “povera” Italia era una musa ispiratrice

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04.09.2026

Non si può che rimanere genuinamente ammirati di fronte alla prodigiosa efficienza dell’intellettuale metropolitano in gita domenicale. Laddove uno storico, un sociologo o un’antropologa sprecherebbero un quarto di secolo a studiare le complesse stratificazioni di una comunità, al nostro impavido turista ideologico bastano sette minuti, un espresso al banco e un’occhiata di disinteressato disgusto all’avventore locale per stilare un’enciclica definitiva sullo stato di barbarie delle aree interne e dei paesi.Trattasi di una facoltà quasi soprannaturale dove ci si concede un’incursione nell’oscurità dell’Italia profonda – possibilmente tra la sagra della porchetta e un cammino ad altitudine moderata – per poi far ritorno nel proprio salotto con la diagnosi già stampata: il male metafisico risiede nei paesi o borghi che dir si voglia. Si osserva il bar della piazza con lo stesso atteggiamento clinico con cui un microbiologo esaminerebbe una colonia di bacilli su un vetrino, scambiando con sconcertante facilità i disastri provocati da decenni di abbandono statale per una malformazione genetica degli indigeni. Ma qual è la vera molla che spinge a tanta foga? Perché speculare sulla fragilità dei luoghi dimenticati?

IL CASO RAIMO Nel caso di Cristian Raimo, il pretesto è tattico: smontare la retorica patinata del “borgo felice” usata per giustificare le scelte della Rai, rea di aver sfrattato Rai Scuola dal canale 57 per far posto a Rai Italiana. Nel farlo, però, Raimo opera una radicale riduzione simbolica: legge lo........

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