L’Infantino che vive in ognuno di noi
La dinamica servo-padrone è uno dei topos non solo della società fin dalle sue origini, ma addirittura della più profonda antropologia umana. E’ un rapporto archetipico, fondativo, seminale, che ha dato spunto nei secoli a una vastissima letteratura.
E per quanto paradossale possa apparire, la figura più interessante tra le due non è quella del padrone. Il padrone è un profilo piuttosto prevedibile, prigioniero della sua boria, della sua arroganza, della sua sicumera che gli impedisce di vedere lo svolgimento implacabile del proprio destino, che è quello di agitarsi su questo palcoscenico scalcagnato per un po’ pensando di essere indispensabile, dimenticando che nessuno è indispensabile, che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili e che verrà spazzato via dalla inesorabile ramazza del tempo. E che di lui non resterà niente. Né il nome né gli atti né la memoria. Solo una macchia di grasso sul terreno. E oltretutto al padrone, in vita, toccherà almeno una volta, facilmente più volte, diventare servo pure lui, servo di un altro padrone, più grande, gonfio e potente di lui. Più padrone di lui. E quindi ecco il paradosso del padrone al quale tocca il contrappasso di fare comunque il servo, che ne abbiamo così visti in carriera di capetti del quartierino trasformarsi in maggiordomi cerimoniosi alla sola vista di un pesce più grosso di loro. Una eclatante pedagogia, a ben vedere.
Molto più interessante, molto più profonda e molto più universale, per le ragioni........
