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Chiara Francini, da Campi Bisenzio al successo. “Santa Maria, chiesa e ’ barrino’. Alla festa dell’Unità m’innamorai”

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12.04.2026

Chiara Francini si racconta a La Nazione: l'infanzia a Campi Bisenzio, poi ha spiccato il volo fra teatro e televisione

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Firenze, 12 aprile 2026 – Un’artista eclettica che è riuscita a farsi strada con successo come attrice di cinema, teatro e televisione, oltre che come scrittrice. Nata a Firenze e cresciuta a Campi Bisenzio, Chiara Francini si distingue per uno stile ironico, una parlata colta ma immediata e una personalità travolgente. E versatile: il grande pubblico l’ha vista in commedie come ‘Una moglie bellissima’ di Leonardo Pieraccioni, nel film storico ‘Miracolo a Sant’Anna’ di Spike Lee. Ma anche a Sanremo dove ha toccato corde profonde col suo monologo sulla ‘maternità mancata’ dando voce al senso di inadeguatezza di molte donne.

Attrice, scrittrice e conduttrice tv: chi è veramente Chiara?

“Una che non ha mai potuto permettersi il lusso dell’astrazione. Non sono un’etichetta, attrice, scrittrice, conduttrice, sono una pratica. Sto dove succedono le cose: sul palco, davanti a una pagina, dentro un microfono. E ogni volta mi espongo. Non recito una parte, metto in gioco una posizione”.

Due pregi e due difetti di Chiara?

“Pregi? La resistenza e la precisione. So stare. So lavorare. Difetti? L’impazienza e una certa ferocia, con me stessa prima ancora che con gli altri”.

Da dove nasce il forte legame con le sue origini, ovvero Campi e Firenze?

“Il legame con Campi e con Firenze non nasce, è una struttura interna. Campi è la lingua madre, il corpo, la misura concreta delle cose. Firenze è lo sguardo, la forma, il rigore. Non sono nostalgia, sono responsabilità”.

“La Chiesa di Santa Maria a Campi dove ci ritrovavamo da adolescenti e c’era il barrino’, che non era un posto ma un modo di stare insieme. E poi la strada di casa mia, in via di Limite, dove ho iniziato a camminare. E le case Fanfani, quelle dove sono cresciuta, quella dei miei nonni materni, un perimetro che non è nostalgia, è origine che continua. E a Firenze, il Teatro della Pergola, il teatro più bello d’Italia”.

Lei ha sfondato a livello nazionale: cosa ritiene che artisticamente, professionalmente e umanamente venire da Firenze le abbia dato e cosa invece le abbia tolto?

“Venire da Firenze mi ha dato una grammatica esigente, il senso della forma, il peso della parola, l’intelligenza anche crudele del giudizio. Mi ha tolto una cosa, la facilità. Lì non ti regalano niente. Ma è anche il suo dono più grande”.

Un bel ricordo del periodo dell’adolescenza?

“L’adolescenza? Una miscela di fame e vergogna. Ricordo le sere in cui volevo tutto e non sapevo ancora come tenerlo. È una stagione che non consola, ma forma”.

Da ragazza frequentava le Feste dell’Unità: oggi sono sempre meno, le mancano?

“Le Feste dell’Unità erano un mondo: politica, corpi, cibo, discussione. Non mi manca la forma, mi manca l’idea di comunità che portavano con sé. Oggi è più fragile. E poi lì ho incontrato il mio primo amore: Alessio”.

Al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino, sotto la guida della regista Barbara Nativi, il suo battesimo artistico: che ricordi ha di Barbara?

“Barbara Nativi non è stata un passaggio, è stata una soglia. Al Teatro della Limonaia ho capito che il teatro non è un mestiere, è una posizione nel mondo. Con lei imparavi che la verità non si rappresenta, si attraversa”.

L’incontro che le ha cambiato la vita?

“Più di uno. Ma la verità è che gli incontri funzionano quando tu sei pronta. Altrimenti passano e non lasciano traccia”.

Porte in faccia ne ha ricevute?

“Infinite. E meno male. Ti insegnano a capire se stai chiedendo o se stai offrendo. Io, a un certo punto, ho smesso di chiedere”.

Se guarda indietro, ci sono scelte che non rifarebbe?

“No. Anche gli errori sono stati necessari. Non perché ‘insegnano’, parola abusata, ma perché ti costringono a scegliere di nuovo”.

Cosa consiglierebbe a giovani che partono come lei da qui, con il sogno dello spettacolo?

“Non aspettate che qualcuno vi autorizzi. Andare o restare non è geografico, è mentale. Si può restare e fare il mondo, si può partire e non arrivare mai. Costruitevi una necessità, non una carriera”.

Come vede culturalmente questa città oggi? Viva? Morta? Così e così?

“Non è morta. È in tensione. Ha ancora una densità culturale enorme, ma rischia di diventare superficie se non difende il proprio pensiero. Una città vive se produce conflitto, non consenso”.

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