New York e la tentazione della patrimoniale elegante
Una tassa presentata con modi raffinati può contenere un principio brutale: il successo privato come colpa pubblica.
A New York si discute di introdurre una tassa sui pied-à-terre di lusso: gli appartamenti di alto valore, spesso posseduti da miliardari, investitori e grandi contribuenti che non risiedono stabilmente in città, ma vi trascorrono solo una parte dell’anno. La misura viene presentata come un gesto di equità: chi possiede una seconda casa costosa e beneficia del prestigio, dei servizi e della vita culturale newyorkese dovrebbe contribuire di più al suo mantenimento.
L’argomento appare semplice, quasi irresistibile. Ebbene, come è già successo molte volte in passato, in qualsiasi altra parte del mondo, sono proprio le idee più pericolose che si presentano spesso con il volto tranquillo del buonsenso. Dietro la retorica del contributo “modesto” si intravede un principio assai meno innocente: la proprietà privata non sarebbe più un diritto da rispettare, ma una base imponibile da inseguire ovunque si trovi.
Nell’intervento da poco pubblicato dal Wall Street Journal, Julie Macklowe, imprenditrice e figura di primo piano dell’élite mondana newyorkese, difende la tassa sostenendo che i non residenti ricchi usufruirebbero della Grande Mela senza pagarne il prezzo. A sostegno della sua idea, richiama pure Jeff Bezos, l’imprenditore americano che ha fondato Amazon nel 1994, favorevole all’iniziativa, e i grandi proprietari che vivono fiscalmente altrove ma conservano appartamenti costosissimi sulla Fifth Avenue. La tassa, stimata in 500 milioni di dollari annui, servirebbe per case accessibili, trasporti e istituzioni culturali.
È qui che l’argomento si rovescia. Una città libera non vende ospitalità fiscale a ore, né misura il diritto di proprietà in base al numero di notti trascorse in un appartamento e neppure stabilisce una........
