Russia e Stati Uniti, fragilità parallele
Nella geopolitica contemporanea le guerre raramente producono effetti lineari. Più spesso generano conseguenze indirette, talvolta paradossali, che ridisegnano gli equilibri globali in modi imprevedibili. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran rientra pienamente in questa logica. Per la Russia di Vladimir Putin, la nuova crisi in Medio Oriente rappresenta al tempo stesso un inatteso sollievo economico e una dimostrazione sempre più evidente dei limiti della sua potenza internazionale. Ma la crisi rivela anche qualcosa di più ampio: la crescente difficoltà di parlare di un “Occidente” politicamente coeso. Il beneficio più immediato per Mosca è di natura energetica. L’escalation nella regione del Golfo, le minacce alla sicurezza delle rotte marittime e il rischio di interruzioni delle forniture nello Stretto di Hormuz hanno spinto verso l’alto i prezzi globali del petrolio e del gas. Per un Paese come la Russia, il cui bilancio statale dipende in larga misura dalle esportazioni energetiche, ogni aumento dei prezzi delle materie prime si traduce quasi automaticamente in maggiori entrate fiscali. Questo effetto arriva in un momento particolarmente delicato per il Cremlino. La guerra in Ucraina, ormai entrata nel suo quinto anno su larga scala, ha imposto alla Russia costi militari, industriali e finanziari enormi. Le sanzioni occidentali hanno limitato l’accesso ai mercati finanziari internazionali e colpito diversi settori strategici dell’economia russa.
Allo stesso tempo, il conflitto ha imposto un’espansione senza precedenti della spesa militare. In questo contesto, l’aumento dei prezzi energetici rappresenta una sorta di ossigeno economico. Ogni dollaro aggiuntivo sul prezzo del petrolio rafforza le entrate del bilancio statale russo e offre al Cremlino un margine finanziario più ampio per sostenere lo sforzo bellico contro........
