La guerra presenta il conto a Mosca
Non sempre le crepe di un sistema si vedono al fronte. La decisione della Banca centrale russa di ridurre il tasso di riferimento di appena 25 punti base, portandolo al 14,25 per cento, potrebbe sembrare materia per specialisti. In realtà dice molto più di quanto sembri. Dice che Mosca vorrebbe allentare la stretta monetaria, perché il costo del denaro pesa sulle imprese, sui consumi, sugli investimenti e sul credito. Ma dice anche che non può farlo davvero. Perché il problema non è più soltanto l’inflazione. Il problema è il costo politico e finanziario della guerra. Il punto centrale è questo: nemmeno la Banca centrale sembra sapere con chiarezza quanto il Cremlino intenda ancora gettare nella fornace militare. La politica di bilancio appare sempre più espansiva, opaca, incerta. Si parla di nuove spese, di nuovo deficit, di esigenze del Ministero della Difesa che nessuno è in grado di quantificare pubblicamente. Due trilioni di rubli? Tre? Cinque? Sette? Il solo fatto che queste cifre circolino come scenari possibili rivela l’essenziale: l’economia russa non è governata da una strategia di sviluppo, ma dall’appetito crescente di una guerra che consuma risorse in modo strutturale.
È la vecchia alternativa tra cannoni e burro, ma nella Russia di oggi il burro diventa sempre più scarso e i cannoni sempre più costosi. Il Cremlino ha scelto la guerra di logoramento, e una guerra di logoramento non logora soltanto chi la subisce. Logora anche chi la conduce. Logora il bilancio, la fiducia, le aspettative, la capacità di programmare. Logora perfino l’apparato tecnico dello Stato, costretto a muoversi dentro una nebbia prodotta dalla politica. La Banca centrale può........
